è
TTUE==
Ria
=
Sy
te ne n
a
VITALE IRTAZAIRII
Vs 4 d
‘1 Î
i +80) CALI
i di gi di
Sata
Ea vel dia PACARIOIEZA TRO) CAGIS ) È
Vol, 27 1891/92
SE TONE
PURCHASED 1923 FROM I ù NIG
lo»
be ori: TIVO vi Da di
ie PA
DELLA
ACCADEMIA DELLE SCIENZE
Di: PORENO
PUBBLICATI
- DAGLI ACCADEMICI SEGRETARI DELLE DUE CLASSI
Vor. XXVII, Disp. 1°, 1891-92 E
.
“TORINO
SsesesSsesesa sasa sa RSS GI
DISTRIBUZIONE DELLE SEDUTE
DELLA
lì. ACCADEMIA DELLE SCIENZE
DI TORINO NELL'ANNO 1 S9A1-92
divise per Classi
ri isti stòcocte Steele lts RESA
Glasse di Scienze Glasse di Scienze fisiche, matematiche: morali, storiche e naturali e filologiche 1891 - 22 Novembre : 1891 - 29 Novembre » 6 Dicembre : » 18 Dicembre
» 20 Id. : » 27 Id. 1892 «- 8 Gennaio : 1892 = 10 Gennaio
» 7 Id ; » 24 Id.
>» 531 1d. HER) 7 Febbraio
» 14 Febbraio 21: TA.
» PSI di * » 6 Marzo
» 18 Marzo : » 20. Id.
RARO TRS 8 Aprile
10 Aprile >» 24 . Id.
» 1 Maggio » 8 Maggio
> 15 Id. » 22. ld
» 29 Td. » 12 Giugno
» 19 Giugno » 26 dd.
ATTI
R. ACCADEMIA DELLE SCIENZE
DECTO RINO PUBBLICATI
DAGLI ACCADEMICI SEGRETARI DELLE DUE CLASSI
VOLUME VIGESIMOSETTIMO 1891-92
Classe di Scienze Fisiche, Matematiche e Naturali
TORINO CARLO LCLAUSEN
Librzio della R. Accademia delle Scienze
1892
PROPRIETA LETTERARIA
Torino. — Stamperia Reale della Ditta G. B Paravia e O. 1168 (50C) 21-1x-92
‘AUG det
seat Ai dt
RAC — C'e"
CLASSE ì,
SCIENZE FISICHE, MATEMATICHE E NATURALI
Adunanza del 22 Novembre 1891.
PRESIDENZA DEL SOCIO COMM. PROF. MICHELE LESSONA PRESIDENTE
Sono presenti i Soci: Cossa, Direttore della Classe, SALVA- pori, Bruno, BeRrRUTI, D’Ovipio, BizzozERo, FERRARIS, NACCARI, Spezia, GiBELLI, GiAcOMINI, CAMERANO, SEGRE, PEANO e Basso Segretario.
Vien letto l’atto verbale dell'adunanza del p. p. giugno, che
“è approvato.
x Fra le molte pubblicazioni pervenute in dono all'Accademia © durante le ferie scorse, vengono in particolar modo segnalate le seguenti : \
1° Presentate dal Socio Bizzozero: « Neue Untersuchun- 43 gen iber die Bildung der Elemente des Blutes »; del Dott. Pio QI Poi, Professore di Anatomia patologica nella Hairoratià di Torino ;
"» 2° Presentate dal Socio Mosso: due Note del Socio Cor- rispondente Dott. A. CHauveav, di cui una ha per titolo « Sur I te mécanisme des mouvements de l’iris >»: e l’altra « Sur la fusion des sensations chromatiques percues isolement par chacun des deux yeux >»;
3° Presentate dal Socio Segretario Basso:
a) Un' opera in tre volumi del Socio straniero Augusto Guglielmo von Hormanx, col titolo: « Zur Erinnerung an vor- angegangene Freunde, ete, » (Braunschweig, 1888);
Atti R. Accad, - Parte Fisica, ecc. — Vol. XXVII, 1
b) Un’opera in due volumi del Socio corrispondente Ernesto HAECKEL, intitolata: « Anthropogenie oder Entwicke- lungsgeschichte des Menschen » (Leipzig, 1891);
c) Una Memoria del Socio corrispondente Prof. Augusto RicHI, intitolata: « Ricerche sperimentali intorno a certe scin-
tille elettriche costituite da masse luminose in°moto » (Bologna, 1891);
d) A nome del Prof. Federico Sacco, un volume del Socio corrispondente Prof. Arnould Locarp: « Les coquilles marines des cotes de France; description des familles, genres et espèces » (Paris, 1892).
Il Socio Basso legge poi un suo scritto, che sarà pubblicato negli Att, in commemorazione del Socio corrispondente Guglielmo WEBER, morto a Gottinga il 23 giugno scorso, dopo una lunga vita consacrata ad importantissimi studi fisico-matematici.
Vengono ancora letti ed accolti per l’inserzione negli Atti, i lavori seguenti:
a) Presentata dal Socio BizzozeRo: una seconda Nota dello stesso presentante : « Sulle ghiandole tubulari del tubo gastro- enterico e sui rapporti del loro epitelio coll’ epitelio di rive- stimento della mucosa >»;
b) Presentati dal Socio FERRARIS:
1° Una nota dello stesso Socio presentante, col titolo: « Sul metodo dei tre elettrodinamometri per la misura del- l'energia dissipata per isteresi e per correnti di Foucault in un trasformatore »; — 2° Un lavoro dell'Ing. G. PastoRE, del R. Museo Industriale in Torino, intitolato: « Di alcuni con- duttori rettilinei approssimati che si deducono dal moto ellit- tico piano »;
c) Presentata dal Socio GiacomINI una sua comunicazione che fa seguito a due altre precedenti: « Sulle anomalie di sviluppo dell'embrione umano, trattando di una gravidanza tubarica »;
3
d) Presentati dal Socio Cossa: Studi sull’acido parame- tilidratropico », dei Dottori G. ERRERA e G. BALDRACCO;
e) Presentata dal Socio PEANO una sua Nota « Sulla formola di Taylor »;
f) Presentate dal Socio NAccaRI: « Licerche sperimentali sulla soprafusione dell’acqua e delle soluzioni saline in mo- vimento », del Dott. V. MONTI;
g) Presentata dal Socio SEGRE una Nota del Dott. Vin- cenzo ReJNA, della R. Scuola per gl’ Ingegneri di Roma: « Sul- l'errore medio dei punti determinati nei problemi di Hansen edi Merek »;
h) Presentate dal Socio Basso le « Effemeridi del Sole e della Luna per l’orizzonte di Torino e per Vanno 1892 », calcolate dall’Ing. T. AscHIERI, Assistente all'Osservatorio di Torino.
Il Socio GiBELLI presenta la seconda parte di un lavoro dei Dottori Prof. 0. MattIRoLo e L. Buscarioni « Sulla storia di sviluppo del tegumento seminale ». Trattandosi di uno studio destinato, come quello che lo precedette, ai volumi delle Me- morie, il Presidente nomina una Commissione incaricata di esa- minarlo e di riferirne poscia alla Classe.
Infine il Socio CAMERANO presenta un suo lavoro col titolo: Ricerche intorno alla forza assoluta dei muscoli nei Crostacei decapodi ». Questo lavoro è dalla Classe approvato per la pub- blicazione nei volumi delle Memorie.
4 GIUSEPPE BASSO
LETTURE
In commemorazione di Guglielmo Weber; pel Socio GIUSEPPE BASSO
Nell'estate scorsa erano appena incominciate le ferie della nostra Accademia quando due vuoti dolorosi, a breve distanza l'uno dall'altro, s'aprirono nella schiera dei nostri soci corrispondenti per le sezioni di fisica e di meccanica applicata. Moriva a Got- tinga la sera del 23 giugno Guglielmo Weber, chiudendo una lunga vita tutta consacrata allo studio e coronata da una ric- chissima messe di allori imperituri. Spegnevasi nella notte del 6 luglio a Roma Giuseppe Pisati, vittima di un morbo crudele che troncava nella sua piena virilità un'esistenza la quale, nel campo delle ricerche fisiche, aveva dati, e più ne prometteva in avvenire, frutti importanti e copiosi.
Di entrambi questi deplorati colleghi siami concesso di fare una breve commemorazione ora che ci accingiamo ai lavori ac- cademici del nuovo anno (1).
GUGLIELMO WEBER.
Guglielmo Weber nacque il 24 ottobre 1804 a Wittenberg da Michele Weber, professore di teologia in quella città. Nel- l’anno 1813, poco prima della celebre battaglia di Lipsia, le vicende della guerra franco-prussiana obbligarono la famiglia Weber ad abbandonare la casa paterna ed a riparare nella vi- cina Schmiedeberg donde, nell’anno 1815 essendosi la Univer- sità di Wittenberg fusa con quella di Halle, essa trasferì in quest’ultima città la sua residenza. Guglielmo Weber vi frequentò l’Istituto scolastico annesso alla Waisenhaus e, dopo alcuni anni
(1) Il cenno di commemorazione di Giuseppe Pisati verrà pubblicato nella prossima dispensa degli Atti.
COMMEMORAZIONE DI GUGLIELMO WEBER 5
di studio, cioè nell'inverno del 1821-22, si trovò in grado di intraprendere, in collaborazione col fratello maggiore Ernesto , una serie di indagini sperimentali sul moto ondulatorio dei li- quidi, i cui risultati vennero poi raccolti in una Memoria pub- blicata in Lipsia nel 1825 (1).
Questo primo lavoro, scritto con una lucidità da cui tra- spira, direi quasi, la freschezza giovanile, è notevole per la copia di osservazioni acute ed originali, per la singolare semplicità dei procedimenti sperimentali, per l’esattezza dei mezzi di misura. Gli Autori furono in principio indotti ad occuparsi del moto on- dulatorio da un fatto puramente fortuito, cioè dalla osservazione degli increspamenti che sulla superficie libera del mercurio rac- colto in un vaso vengono prodotti dalla caduta di un filo dello stesso liquido. Però, nel corso delle ricerche, la importanza scien- tifica dello argomento andò man mano accentuandosi ed esten- dendosi sempre più. E si comprende facilmente che ciò sia avve- nuto, se si pensa che l’attenzione dei dotti si rivolgeva allora agli interessanti studi di Cladni sulle figure acustiche che por- tano il suo nome, che nell’interpretazione dei fenomeni ottici in- cominciavasi ad accogliere universalmente e quasi senza contrasto la teoria ondulatoria della luce chiarita dalle speculazioni teo- riche di Huyghens e di Eulero ed assisa su solide basi dai lavori sperimentali di Joung, Fresnel, Arago e Frauenhofer. L'analisi matematica, prestando il suo prezioso sussidio alle ricerche, allora recenti, di Poisson, di Fourier e di Cauchy, aveva concorso ad estendere i confini della nuova dottrina ed a svelarne la fecon- dità meravigliosa.
Nella Memoria dei fratelli Weber, d’indole prettamente spe- rimentale, vengono dapprima sottoposti a minuto esame i vari modi di eccitazione delle onde liquide, ed a questo proposito viene anche studiata l’azione del vento sul moto ondoso del mare e si discute sull’influenza che strati d’olio, di etere, ecc., possono esercitare sullo smorzamento di tale moto. Si analizzano poscia i vari elementi che concorrono a determinare la forma delle onde; si espongono i metodi sperimentali per la valuta- zione delle creste e degli avvallamenti ondosi; si misura la ve-
(4) Wellenlehre auf Experimente gegriindet, oder ber die Wellen tropfbarer Fhissigheiten mit Anwendung auf die Schall-und Lichtwellen; von den Briidern Ernsr HeinrIcH WEBER, Professor in Leipzig, und WiLHELM WEBER, in Halle.
6 GIUSEPPE BASSO
locità di propagazione del moto tenendo conto delle varie con- dizioni che possono modificarla. Offrono speciale interesse lo studio della riflessione delle onde e dei fenomeni d’interferenza che ne possono derivare, quello della diffrazione dovuta al passaggio del moto attraverso ad aperture e l’analisi delle condizioni che de- terminano la formazione dei vortici. È pur da notare che certi risultati delle loro esperienze sono dagli autori messi in confronto con quelli ottenuti da altri sperimentatori, quali furono il Biot ed il nostro Bidone, e che spesso essi collimano colle conseguenze che scaturiscono dalle teorie di Newton, Lagrange, Laplace, Flau- gergue, Gestner, Poisson e Cauchy.
La propagazione di moti vibratorii, non solo nei liquidi, ma anche in certi solidi, come nelle corde sonore, e nei gas, come nei tubi sonori, forma pure oggetto di studio svolto in una parte della Memoria dei due Weber; ma quest’argomento, specialmente per ciò che riguarda isuoni delle canne da organo, venne poi ripreso e trattato minutamente dal solo Guglielmo in due suoi lavori pubblicati, l’uno nel 1826 in occasione della sua nomina a dottore, l’altro nell’anno seguente per l’ottenimento dell’abilitazione all’insegnamento (1). Di entrambi questi lavori, seguiti da altri su argomenti analoghi che videro poco più tardi la luce negli Annali di Poggendorf, fino ad un ultimo pubbli- cato nel 1866 (2), sarebbe impossibile fare in pochi cenni una analisi alquanto completa. Ricorderò solo uno dei principali ri- sultamenti. Si sa che l’altezza del suono generato da un corpo vibrante, quale sarebbe una corda od una canna, subisce ap- prezzabili variazioni quando certe condizioni fisiche del corpo sonoro, come la temperatura, lo stato igrometrico, ecc., vengono a modificarsi anche di pochissimo. Può pure variare l’altezza del suono colla maggiore o minore ampiezza delle vibrazioni eccitate nel corpo sonoro. Così un diapason emette un suono fondamen- tale un po’ più grave quando è scosso più energicamente ed al- l’incontro il suono fondamentale di una canna d’organo aumenta
(1) Ueber die Wirksamkeit der Zungen in den Orgelpfeifen ; Halle, 1826. — Ueber die Gesetze der Schwingungen aweier Korper, welche so mit einander verbunden sind, dass sie nur gleichzeitig und gleichmassig schwingen kònnen; 1827.
(2) Theorie der durch Wasser oder andere incompressibile Fliissigheiten in elastischen Rihren fortgepfiansten Wellen; Leipzig, Berichte Math. Phys., 1866.
COMMEMORAZIONE DI GUGLIELMO WEBER 7
alquanto d’altezza quando si rende maggiore l'ampiezza del moto vibratorio alla sua imboccatura. Ora Guglielmo Weber, traendo partito da ciò, riuscì a costruire una così detta canna compen- sata mediante la combinazione di una lamina vibrante speciale e di una canna d’organo, così fra loro vincolate che l’innalza- mento di tono che tende a prodursi in una delle due parti dello strumento compensa esattamente l'abbassamento di tono dell’altra.
Affrettiamoci ora verso il periodo culminante della vita scien- tifica dell’insigne fisico tedesco. Egli, dopo tre anni d’insegna- mento in Halle, dal 1828 al 1831, fu chiamato, per l’autore- vole intromissione di Federico Gauss, a Gottinga in qualità di professore ordinario. Avendo dovuto dopo alcuni anni abbando- nare l’ufficio per ragioni d’indole politica, si trasferì nel 1843 a Lipsia, dove salì sulla cattedra occupata fino allora da Fechner, ed infine, nell’anno 1849, potè riprendere l’antico posto a Got- tinga e rimanervi fino all’ultimo.
Le relazioni di corrispondenza intellettuale , stabilitesi fra Gauss e Weber fin dall’epoca della dimora di quest'ultimo. in Halle, vennero ben presto rafforzate dai vincoli di una cordiale amicizia, alla quale la scienza va debitrice di conquiste immortali che portano indissolubilmente congiunti i nomi dei due investi- gatori. Debbonsi dapprima menzionare gli studi sul magnetismo terrestre. È noto che l’esame sistematico degli elementi che, in dati luogo e tempo, caratterizzano l’azione magnetica della terra e più ancora le osservazioni regolari delle perturbazioni ma- gnetiche costituirono uno dei principali argomenti a cui rivolse la sua maravigliosa operosità Alessandro Humboldt. Questo ce- lebre naturalista aveva già, verso la fine del 1828, allogata in una sua casetta appositamente costruita in Berlino ura bussola delle variazioni di Gambey e, d'accordo con altri dotti di Freiberg, Pietroburgo, Kasau e Nicolajef, dava opera a metodiche osser- vazioni dell'ago magnetico, le quali, insieme alle relative rap- presentazioni grafiche, trovansi consegnate negli Annali di Pog- gendorf degli anni 1829-30. Ma ben presto intorno al primo nucleo di osservatori si raccolsero altri valenti, muniti di stru- menti ben comparabili e costruiti per la maggior parte dal Gambey stesso; furono fra i primi Weber in Lipsia, Sartorius ed Encke in Gottinga. Mercè la vigorosa iniziativa di Gauss e di Weber si completò rapidamente una rete di osservatorii ma- gnetici in regolare comunicazione fra di loro, di cui i principali
8 GIUSEPPE BASSO
furono istituiti in Altona, Augsborgo, Berlino, Bonn, Braunschweig, Breda, Breslavia, Cassel, Copenaghen, Dublino, Friborgo, Got- tinga, Greenwich, Halle, Kasau, Krakau, Lipsia, Marburgo, Mo- naco, Milano, Napoli, Pietroburgo ed Upsala. Il rapido sviluppo della istituzione, la quale prese il nome di Magnetische Verein, consigliò nel 1836 la creazione di un periodico nel quale, non solo si trovano consegnati di anno in anno i risultati delle os- servazioni della Società, ma si contengono pure importanti Mo- nografie. Le principali di queste, dovute a Weber, sono qui in- dicate a piè di pagina (1).
Fra i lavori fatti in comune da Gauss e da Weber nell’e- poca di cui ora si tratta è pur degno di nota il collegamento telegrafico dell’Istituto fisico coll'Osservatorio astronomico, ope- razione che diede modo ai due eminenti ricercatori di introdurre nella allor recente invenzione del telegrafo elettromagnetico mi- gliorie e perfezionamenti importanti. È anzi probabile che ap- punto in quest'occasione siansi nella mente di Weber maturati quei concetti che presero poscia corpo nelle sue numerose Me- morie sulle dottrine di elettrodinamica e che costituiscono , nel loro complesso, l’opera principale della sua vita scientifica.
Era trascorso un quarto di secolo dacchè Ampère aveva fon- date le basi dell’elettrodinamica scoprendo la legge che governa
(1) Resultaten aus den Beobachtungen des Magnetische Vereins: 1° Bemerkungen ber die Einrichtung magnetischer Observatorien und Beschreibung der darin aufzustellenden Instrumente (1836). 2° Beschreibung eines kleinen Apparats zur Messung des Erdmag- netismus nach absolutem Moas fitr Reisende (1836). 3° Bemerkungen ber die Einrichtung und den Gebrauch des Bifilar- Magnetometers (41837). 4° Ueber den Einfluss der Temperatur auf den Stabmagnetismns (4837). 5° Ueber die Reduction der Magnetometer Beobachlungen auf absolute Declinationen (1837). 6° Das transportable Magnetometer (1838). 7° Der Inductor sum Magnetometer (1838). 8° Der Rotationsinductor (1838). 90 Beweglickeit des Magnetismus im weichen Eisen (1838). 10° Unipolare Induction (1838). 11° Messung starker galvanischer Stròme bei geringem Widerstande nach absolutem Maasse (1840). 12° Ueber das electrochemische Aequivalent des Wassers (1840). 13° Magnetisirung des Eisens durch die Erde (1844).
COMMEMORAZIONE DI GUGLIELMO WEBER 9
la mutua azione ponderomotrice fra due elementi di corrente elet- trica e deducendone con procedimenti ingegnosi la teoria che sot- topone ad un principio unico i fenomeni dell'elettricità e quelli del magnetismo. Fisici di tutti i paesi non tardarono ad apprezzarè l’alto valore della teoria amperiana, ma riconobbero che la ve- rificazione sperimentale delle sue conseguenze esigeva metodi più delicati e rigorosi di quelli che Ampère, matematico meglio che fisico, aveva indicati, ma non sempre realmente attuati. In questo campo di critica feconda, si lanciò con ardore il Weber e le sue ricerche pubblicate in una prima Memoria (1) nel 1848 non solo confermarono nei suoi punti essenziali la validità della dot- trina svolta dallo scienziato francese, mà ne estesero grandemente i confini. Infatti, egli pervenne a rappresentare in una sola for- mola la legge amperiana delle azioni elettrodinamiche e quella di Coulomb per le azioni elettrostatiche e ciò partendo dall’ipo- tesi assai verosimile che la forza esercitantesi fra due masse elettriche in moto non sia soltanto funzione dei valori di queste masse e della loro distanza, ma dipenda eziandio dalle velocità dei loro spostamenti relativi. Inoltre la teoria di Weber si prestò immediatamente alla ricerca delle leggi che presiedono alla pro- duzione dei fenomeni d’induzione elettrodinamica scoperti da Faraday, e Weber dimostrò come da questa sua teoria si dedu- cano le equazioni generali determinanti le condizioni delle cor- renti indotte, sia nel caso di correnti inducenti variabili che attraversano conduttori fissi, come in quello di correnti costanti aventi la loro sede in conduttori in moto. La parte sperimen- tale del lavoro relativo a quest'ordine di speculazione attinge una speciale importanza da ciò che essa costituisce una completa verificazione di tutta la teoria Weberiana e consta di un enorme numero di determinazioni e di misure, per le quali venne im- piegato l’elettrodinamometro dello stesso Autore, apparecchio ora notissimo per i continui servigi che esso presta nelle ricerche di elettrotecnica.
Gli studi di Weber finquì menzionati si collegano stretta- mente con altri pubblicati nello stesso periodo di tempo, fra i quali ricorderò in poche parole quello sulla repulsione diama-
(1) Elektrodynamische Maasbestimmungen; Annalen der Physik und Che- mie, 1848.
10 GIUSEPPE BASSO
gnetica (1). L'azione repellente che un polo di calamita esercita sul bismuto era già stata scoperta da Brugmans fino dall’anno 1778; tuttavia questo fatto singolare passò quasi inosservato fino a che Faraday lo sottopose a più minuta disamina, ne ricercò le leggi e tentò la costituzione di una teoria atta a for- nirne la spiegazione. Quando un corpo diamagnetico si trova in un campo magnetico, esso apparisce magnetizzato per induzione, però in modo che i poli iuducente ed indotto che si trovano in presenza sono sempre omonimi. Questa forma speciale d'influenza magnetica fu dimostrata da Faraday; ma Weber fece molto di più, essendo egli riuscito ad ottenere correnti d'induzione dal diamagnetismo mercè l'apparecchio galvanometrico da lui chia- mato diamagnetometro ed a dimostrare che tali correnti hanno realmente direzione contraria a quelle che si genererebbero quando al corpo diamagnetico venisse sostituito un pezzo di ferro dolce.
A collocare il nome di Weber fra quelli dei primi elettri- cisti del nostro secolo basterebbero quei suoi studi, dei quali mi rimane ancora a far cenno, che lo condussero alla creazione dei sistemi d’unità elettriche assolute. Un sistema siffatto, per ciò che riguarda le unità magnetiche, era già stato elaborato da Gauss ed esposto nel 1833 nella sua classica Memoria: Inten- sitas vis magneticae terrestris ad mensuram absolutam revocata. Weber si propose di risolvere la stessa questione per le varie specie di grandezze elettriche e di rendere per tal modo la loro determinazione indipendente dalla scelta degli apparecchi ado- perati per istudiarle. In una sua prima Memoria pubblicata nel 1851 (2) egli dimostra che, come le unità magnetiche, anche quelle elettriche ‘si possono far dipendere unicamente dalle unità di lunghezza, di massa e di tempo e ne stabilisce le definizioni. Escogita un ingegnoso procedimento per la misura, in unità as- solute, delle resistenze elettriche, descrive le sperienze da lui in- stituite su certi circuiti chiusi e raggiunge lo scopo propostosi di fissare il rapporto fra l’unità assoluta di resistenza ed il campione «di resistenza di Jacobi. L'applicazione del principio dello smorza - mento delle oscillazioni dell’ago magnetico in vicinanza di masse
(1) Ueber die Erregung und Wirckung des Diamagnetismus nach den Gesestzen inducirter Stròme ; Annalen der Physik und Chemie, 1848.
@) Messungen galvanischer Leitungswiderstinde nach einem absolutem Maasse; Annalen der Physik und Chemie, Band LXXXII, 1854.
COMMEMORAZIONE DI GUGLIELMO WEBER 11
metalliche gli permette di fissare l’unità assoluta delle forze elet- tromotrici e per conseguenza anche quella dell’intensità di cor- rente. Infine, degnissimi di attenzione sono gli ultimi paragrafi del lavoro, nei quali l’Autore discute i valori trovati da Kirchhoff per le costanti da cui dipende l’intensità delle correnti elettriche indotte e tratta della determinazione di quelle altre costanti che, dipendendo dalla scelta delle unità di misura, figurano nella espressione della legge elementare relativa alle azioni elettriche.
Qualche anno più tardi Guglielmo Weber si associò a Ro- dolfo Kohlrausch nello intraprendere una serie di lavori (1) che, insieme al precedente, costituiscono uno dei capisaldi su cui posa l’edificio delle dottrine elettriche moderne. Poichè l’intensità della corrente elettrica in un dato conduttore è rappresentata dalla quantità di elettricità che attraversa nell’unità di tempo una sezione del conduttore stesso, si presenta spontaneo il problema di fissare l’unità assoluta per le quantità di elettricità libera , positiva o negativa. Non sarebbe senza di ciò possibile il valu- tare numericamente gli effetti dell’elettricità nella condizione statica in confronto cogli effetti che essa produce allo stato di movimento, cioè sotto forma di corrente. Il metodo adoperato da Weber a tale scopo consiste essenzialmente nel paragonare l’impulso dato all’ago di un galvanometro dalla scarica di una data quantità di elettricità libera accumulata in un determinato conduttore coll’impulso dato all’ago stesso da una corrente elet- trica di data intensità, la cui azione abbia durata brevissima e nota. Tutto il procedimento sperimentale, informantesi a questo principio, è condotto e svolto fino nei suoi minuti particolari con insuperabile maestria ed i risultati che ne scaturiscono, anche tenuto conto della maggior precisione che le indagini posteriori vi arrecarono, formano un vero tesoro per la scienza dell'elettricità e le sue innumerevoli applicazioni. Basti ricordare che il rapporto fra le unità elettromagnetica ed elettrostatica, così di quantità di elettricità come d’intensità di corrente, si trova espresso dallo stesso numero che dà la velocità della luce nel vuoto; fatto questo che svela un vincolo sorprendente fra i fenomeni elettromagnetici ed i fenomeni luminosi e che costituisce uno dei precipui argomenti in favore della teoria elettromagnetica della luce. Alle stesse ri-
(1) Ueber die Elektricitilsmenge, welche bei galvanischen Strimen durch den Querschnitt der Kette fliesst; Annalen der Physik und Chemie, 1856,
12 «GIUSEPPE BASSO
cerche di Weber e di Kohlrausch dobbiamo parimenti la prima conoscenza della quantità di elettricità, in unità assolute, che è necessaria per decomporre, per es., un milligramma d’acqua; mercè Je stesse ricerche noi sappiamo ora valutare, per es., in chilo- grammi, tanto l’attrazione che un’unità di elettricità esercita su un’altra unità di specie contraria posta all’unità di distanza , quanto la somma delle azioni meccaniche che vengono esercitate nella decomposizione di un dato elettrolito dal passaggio, sotto forma di corrente, dell’unità di elettricità attraverso di esso. Verso il 1860 Kirchhoff aveva escogitata e resa di pubblica ragione la sua celebre teoria, rivestente il carattere di grande generalità, intorno al movimento dell’ elettricità nei conduttori. Prendendo appunto le mosse dai concetti fondamentali che in- formano tale teoria, Weber nel 1864 elaborò una grande Me- moria (1) sulle condizioni, determinabili quantitativamente, del moto di propagazione della elettricità. Trovata l’espressione della forza elettromotrice relativa così alla elettricità libera, come alla corrente elettrica per una sezione qualunque d’un filo conduttore, Weber giunge alle equazioni del movimento elettrico indipenden- temente dall'uso della legge di Ohm, sulla cui esattezza, per il caso di fili sottilissimi, egli dimostra che si possono elevare dubbi. Più specialmente considera il moto elettrico avente sede in un conduttore chiuso di forma qualunque ed ottiene le equazioni che danno i valori medii della forza elettromotrice e dell’inten- sità della corrente. Queste equazioni assumono forme più sem- plici e più esplicite quando si tratta di un conduttore filiforme circolare, per il quale si possono esaminare non solo le leggi del moto elettrico a regime stazionario, ma anche quelle rego- lanti tale moto soggetto a variazioni dovute a cause perturba- trici qualunque. Se queste variazioni rivestono il carattere di regolare periodicità, il moto elettrico si può considerare come oscillatorio e si va propagando sotto forma di onde. Di queste onde, della loro velocità di trasmissione e della densità dell’e- lettricità libera che le accompagna, l'Autore intraprende l’esame, interessantissimo per la teoria delle macchine d’induzione e pre- cursore, per qualche riguardo, ai mirabili studi sulle ondulazioni
(1) Elektrodynamische Maasbestimmungen insbesondere iiber elektrische schwingungen; aus den Abhandlungen der mathematisch-physischen Classe der Koniglich Sachsischen Gesellschaft der Wissenschaften; Band VI, 1864.
COMMEMORAZIONE DI GUGLIELMO WEBER 13
elettriche compiuti in questi ultimi anni da Enrico Hertz. Vo- lendo sottoporre al cimento della sperienza i risultati delle sue ricerche teoriche, Weber ricorre ai moti oscillatori elettrici che si possono ottenere per induzione da una calamita animata da rapidissimo moto rotatorio in presenza di un circuito chiuso. La sua teoria gli permette di esprimere per ogni istante la forza elettromotrice, l’intensità del flusso elettrico, la fase e l’ampli- tudine delle oscillazioni elettriche e la distribuzione dell’elettri- cità libera lungo il conduttore. Ora; i valori di questi elementi, che si possono determinare sperimentalmente mediante l’elettro- dinamometro, collimano in modo assai soddisfacente colle previ- sioni teoriche.
La legge fondamentale Weberiana sull’azione reciproca delle masse elettriche fu oggetto, e lo è ancora, di interessanti di- scussioni per parte di vari fisici e matematici. Parve ad Relmholtz, fra gli altri, che tale legge potesse in qualche caso trovarsi in contraddizione col principio della conservazione dell'energia. Si fu per rimuovere obbiezioni di tal fatta che nel 1874 Weber pub- blicò un lavoro (1), nel quale si risolvono soddisfacentemente le difficoltà che gli erano state presentate; anzi trasse da ciò l’oc- casione di ottenere, studiando il moto delle particelle elettriche abbandonate interamente alle loro mutue azioni, risultati di non lieve importanza per la fisica molecolare.
E questioni appunto di fisica molecolare, versanti in ispecie sulla teoria cinetica dei gas, occuparono ancora la mente di Weber per parecchio tempo; ma, in questi ultimi anni, la molto grave età impose poco a poco un termine alla sua maravigliosa fecondità intellettuale. Perciò rimangono ora, come documenti incompleti di un’attività che non si rallentò se non quasi all’ul- timo, molte note e studi inediti ed in gran parte monchi. Così Guglielmo Weber scese nella tomba raccogliendo il premio serbato. ai massimi promotori del progresso umano, la ‘riconoscenza im- peritura dei posteri verso la sua venerata memoria.
(1) Elektrodynamische Maasbestimmungen insbesondere iber das Princip der Erhaltung der Energie: Abhandlungen der Gesellschaft der Wissenschaften zu Leipzig, 1874.
14 G. BIZZOZERO
Sulle ghiandole tubulari del tubo gastro - enterico e sui rapporti del loro epitelio coll’epitelio di rivestimento della mucosa;
Nota Seconda del Socio Prof, G. BIZZOZERO
Ghiandole del retto di mus musculus.
La mucosa, col suo strato muscolare e col sottomucoso, forma 5 o 6 ripiegature longitudinali che obliterano quasi il lume del- l'intestino. Nella mucosa stanno disposte, a palizzata, le ghian- dole tubulari, separate l’una dall’altra da scarsissimo connettivo. Qua e là il loro strato è interrotto da follicoli linfatici, che ar- rivano fin sotto l’epitelio della superficie libera della mucosa. — Le ghiandole occupano tutto lo spessore della mucosa e sono re- lativamente corte, rettilinee. Terminano in basso con un fondo cieco leggermente ingrossato a clava (fig. 1). Il loro lume è re- lativamente stretto; esso si dilata leggermente tanto in corri- spondenza del fondo cieco, quanto in corrispondenza dello sbocco della ghiandola alla superficie della mucosa.
Anche in queste ghiandole l’epitelio che le tappezza consta di due specie di cellule:. protoplasmatiche e mucose (1).
Le cellule protoplasmatiche sono senza paragone le più nu- merose, ed hanno diversa forma e costituzione a seconda del punto in cui sì considerano.
Nel fondo cieco (fig. 1%) hanno forma di piramide tronca, colla base applicata sulla membrana propria. Il loro nucleo è rotondo o leggermente ovale, e sta nella parte basale della cellula.
(1) Per l'indurimento mi valsi tanto dell’alcoo], quanto dell’acido picrico, Questo conserva meglio i contorni degli elementi. Per la colorazione. colla safranina servono entrambi; l'alcool, però, dà colori più vivaci,
SULLE GHIANDOLE TUBULARI 15
Subito al di sopra del fondo cieco le cellule gradatamente mutano di forma. Si vanno curvando in modo da presentare la convessità verso la superficie della mucosa, e nel tempo stesso si dispongono un po’ obliquamente in rapporto all’asse del tubo ghiandolare, in modo che la loro estremità libera è ad un livello alquanto. più alto che non sia l’estremità impiantata sulla membrana propria. Inoltre, questa ultima estremità non termina tronca, ma è a forma di linguetta appiattita, che si curva e va a terminare embricatamente sotto la base della cellula immedia- tamente sottoposta. Il nucleo mantiene la sua forma rotonda od ovale, e continua a stare nell’estremità basale dell’elemento.
Questo cambiamento di forma e di disposizione delle cellule si fa tanto più spiccato quanto più ci avviciniamo allo sbocco della ghiandola. Oltrepassato lo sbocco, le cellule costituiscono l’epitelio della superficie libera dell'intestino; e qui esse sono in numero relativamente limitato, perchè, essendo le ghiandole ap- plicate strettamente l’una contro l’altra, la mucosa non rappre- senta che le sottili trabecole di una rete, ogni maglia della quale è occupata, o, meglio, formata, da uno sbocco ghiandolare. — Sulla mucosa le cellule epiteliali, naturalmente, banno forma di piramide, e, contrariamente a quanto si osserva nei fondi ciechi delle ghiandole, hanno la base alla estremità libera.
Oltre a questi cambiamenti di forma, le cellule protoplasma- tiche ci presentano delle modificazioni, riguardanti il protoplasma e la loro superficie libera, affatto simili a quelle che abbiamo già vedute nel coniglio. Infatti, nei due terzi profondi del tubo ghian- dolare il protoplasma epiteliare è assai chiaro, e, esaminato a fortissimo ingrandimento, si presenta costituito d’una sostanza omogenea, entro cui è disposto un reticolo a trabecole assai sot- tili, ed a maglie molto ampie. Nel terzo superficiale della ghian- dola, invece, il protoplasma si fa sempre più granuloso (fig. 1*); e quest'apparenza è data da ciò, che il reticolo si fa sempre più fitto, e la sostanza omogenea interposta, quindi, sempre più scarsa. Ciò appare chiaramente quando si esaminino a fortissimo ingrandi- mento dei preparati colorati con safranina acquosa, e conservati in soluzioni di zucchero. A questo modo il protoplasma delle cellule assume gradatamente l’aspetto ben conosciuto di quello delle cellule rivestenti la mucosa intestinale. — Riguardo alla estremità libera delle cellule, questa nei due terzi profondi della ghiandola appare limitata (nelle cellule viste da lato) da una
16 G. BIZZOZÉRO
linea sottilissima; invece nel terzo superficiale comincia ad ap- parire un orlo striato, che va man mano ingrossando, fino a di- ventare pari in spessore all'orlo striato dell’epitelio della super- ficie libera dell’intestino, col quale direttamente si continua.
Le cellule mucose presentano pure notevoli modificazioni di forma e di struttura a seconda della loro posizione. Queste differenze è bene studiarle su sezioni chiuse in damar dopo in-. durimento coll’acido picrico e colorazione, p. es. colla yesuvina, perchè nelle sezioni chiuse in glicerina dopo colorazione con pi- crocarmino o safranina il muco delle cellule è fortemente. rigon-. fiato, e quindi il diametro degli elementi è pure molto cresciuto.
Orbene, in questi preparati si vede che nel fondo cieco ghian- dolare (fig. 1%) le cellule il più delle volte hanno forma di poco differente da quella delle cellule protoplasmatiche circonvicine; sono, soltanto, alquanto più larghe nel punto in cui risiede il muco, e il nucleo è spinto alla base, e dispostovi trasversalmente. Quanto più si va in su nella ghiandola, tanto più la gocciola di muco ingrossa (1), e la cellula così acquista la forma di pera; la parte ingrossata corrisponde alla superficie libera, la parte as- sottigliata, invece, contiene il nucleo, e va a terminare, assotti- gliandosi a becco, contro la membrana propria ghiandolare. Nella fig. 1* si vede come queste cellule siano disposte obliquamente rispetto all’asse longitudinale della ghiandola, e siano curve, colla convessità rivolta verso lo sbocco ghiandolare, al pari delle cel- lule protoplasmatiche che le circondano; vi si vede, inoltre, come esse mutino gradatamente la loro forma fino a diventare cellule caliciformi dell’epitelio della mucosa.
Modificazioni non meno notevoli si hanno nella struttura e nelle reazioni del blocco mucoso che contengono. Nelle cellule del fondo cieco esso è rappresentato (in preparati acido. picrico- vesuvina-damar ) da una sostanza omogenea, attraversata da un, reticolo a trabecole sottili; quella non si colora, questo si colora ben poco colla vesuvina, sicchè la cellula a mala pena si distingue dalle cellule protoplasmatiche. Andando più in su, il reticolo si va facendo più grosso e più colorabile; le cellule, così, diventano distinguibili anche a debole ingrandimento pel loro colore bruno,
< (4) Il diametro trasverso della gocciola .di muco ‘nella cellula del fondo: cieco è di 7-84, in quella della metà. superficiale della ghiandola di 415.g.
SULLE GHIANDOLE TUBULARI 17
Finalmente nella parte più superficiale della ghiandola e nel- l’epitelio della superficie libera della mucosa, i blocchi di muco appaiono sotto forma di ammassi di granuli giallo-bruni.
Riguardo, invece, alla costituzione chimica della sostanza mucosa, noterò che anche qui, come nel coniglio, si nota una graduata modificazione nel suo modo di reagire verso la sa- franina, modificazione di cui i due estremi sono rappresentati dalle cellule dei fondi ciechi ghiandolari da una parte, e dalle cellule della superficie della mucosa dall’altra. Infatti queste, colla su- franina, ingialliscono più presto e più fortemente di quelle, e, quando siano portate nella soluzione di zucchero, meno facilmente si scolorano. Si scolorano anch'esse, però, se la soluzione di zuc- chero non è molto concentrata.
Le cellule 2» mtosî (fig 1%) sono assai numerose nelle ghian- dole di cui discorriamo. Ciascuna di queste ne contiene 5-8 ed anche più, e disposte tutte nei 5/. profondi della ghiandola; sicchè la parte di questa, che è vicina allo sbocco, ne è priva, come ne è privo l’epitelio della superficie libera dell’ intestino.
Se ora sì tien conto di questa disposizione delle mitosi, e d’altra parte si tien conto delle suddescritte graduate modifica- zioni anatomiche e chimiche che presentano le due forme di cel- lule ghiandolari, andando dal fondo delle ghiandole alla superficie della mucosa, si dovrà concludere che anche nelle ghiandole del mus musce. si verificano tutte quelle condizioni, che ci fecero am- mettere nel coniglio una graduata trasformazione dell’ epitelio ghiandolare in epitelio della mucosa.
Nel mus si avrebbe la differenza, che mancano le mitosi in corrispondenza del colletto ghiandolare. Ciò si spiega facilmente. Nel coniglio l’epitelio ghiandolare è ricchissimo di cellule muci- pare, sicchè, anche tenendo conto di una distruzione ed elimina zione di cellule mucose, c'è bisogno di una rapida produzione di cellule protoplasmatiche in corrispondenza dello sbocco ghiando- lare, per poter ottenere quella grande prevalenza di cellule pro- toplasmatiche sulle cellule mucose che si osserva alla superficie libera dell’intestino. — Nel mus, invece, non si ha bisogno di questo focolaio secondario di produzione cellulare, perchè, essendo le cellule mucose scarse anche nella ghiandola, il rapporto nu- merico fra le due specie di cellule non si modifica gran fatto nel passaggio dall’'epitelio ghiandolare a quello della superficie libera dell’intestino.
(a
Atti R. Accad. - Parte Fisica, ece.— Vol. XXVII,
18 G. BIZZOZERÒ
Ghiandole del retto di cane.
Non ho bisogno di dare una descrizione di queste ghiandole, perchè la loro forma e struttura vennero già esposte da KLOSE (1), ed un disegno ne fu già dato da HEIDENHAIN (2). Sono, al so- lito, ghiandole tubulari rivestite da due specie di cellule epite- liari: cellule mucose, fra cui stanno cellule protoplasmatiche. — Devo però notare, che nella figura di Heidenbain la parte mu- cosa è alquanto esagerata a spese della parte protoplasmatica. Ciò dipende dal metodo di preparazione usato: indurimento nel liquido di Miiller o nell’alcool e, dopo colorazione, esame e con- servazione in glicerina. Con questi liquidi le cellule mucose si gonfiano assai, e comprimono e fanno impicciolire il corpo delle
cellule protoplasmatiche interposte. — Questo stesso difetto, se- condo la mia esperienza, si può rimproverare all’indurimento, col- l’acido picrico o col sublimato. — L’ indurimento, invece, col
liquido di Flemming o con quello di Hermann conserva alle cel- lule mucose la grossezza e la forma, press'a poco, che hanno in natura; com'è facile constatare paragonando con. preparati otte- nuti semplicemente col dilacerare la mucosa appena tolta dal- l’animale, e distenderla fra i due vetrini senza alcun liquido di aggiunta. Convien notare, però, che tanto il liquido di Flemming quanto quello di Hermann non conservano alla sostanza mucosa contenuta nelle cellule quella struttura a granuli sferici e pal- lidi che essa ha nel tessuto fresco. Questa struttura granulare, è, del resto, delicatissima, e si perde tosto anche trattando. il tessuto fresco cogli altri liquidi induranti summenzionati. Per ve- derla, quindi, occorre o dilacerare il tessuto fresco senza liquido di aggiunta, o dilacerarlo nel liquido di Miller, che distrugge la struttura granulare solo dopo qualche tempo.
Nella descrizione che segue io mi varrò specialmente dei pre- parati ottenuti coll’ indurimento nel liquido di Flemming o in quello di Hermann, perchè un accurato confronto mi ha persuaso
.. (4) KLose, Beitrag sur Kenntniss der tubulòsen Darmdriisen, Diss.-Inaug. Breslau 1880. (2) HeipENHAIN, Phys. der Absonderungsvorginge 1880.
SULLE GHIANDOLE TUBULART 19
che sono quelli che meglio conservano le condizioni naturali degli elementi e più evidente ne rendono la struttura. L'uno, poi, com- pleta i risultati ottenuti coll’altro, perchè, se il primo fa spiccar meglio i contorni cellulari, l’altro mi ha permesso di ottenere delle colorazioni più brillanti, più esclusive del muco contenuto nelle cellule; il che è di molta importanza per lo studio dello sviluppo di queste ultime. Quale sostanza colorante del muco la safranina, nei pezzi induriti con questi due liquidi, non presta quei servigi che fornisce in quelli induriti coll’alcool. Colorazioni ma- snifiche ed esclusive del muco si ottengono, invece, tanto coll’az- zurr'o di metilene, quanto coll’ematossilina. A quest’ultima, per la maggiore rapidità di azione, ho dato la preferenza nelle mie ricerche. I migliori miei preparati sono appunto quelli che, dopo l’indurimento in liquido di Hermann, ebbero i nuclei colorati in rosso colla safranina, ed il muco in violetto coll’ematossilina (1).
In questi preparati è facile riconoscere anche a piccolo ingran- dimento i rapporti di numero fra le cellule mucose e le protoplas- matiche nei diversi punti della ghiandola. — Nel fondo cieco di questa (fig. 2° 4) sogliono essere relativamente numerose le mucose, di modo che fra due di esse non si osservano che una o, al più, due cellule protoplasmatiche. Questo rapporto si conserva fin verso il mezzo del tubo ghiandolare. — Nella metà superficiale della ghiandola, invece, le cellule protoplasmatiche acquistano decisa- mente la prevalenza, sicchè le cellule mucose riescono separate l’una dall’altra da parecchie cellule dell’altra specie (fig. 2* 5).
: (4) Le sezioni di pezzi induriti successivamente in liquido di Hermann ed in alcool, vengono liberate dalla paraffina col silolo e coll’alcool assoluto, poi vengono messe per un'ora o due in una soluzione acquosa di safranina; indi si lavano in alcool assoluto per 10-15 m”, si tengono per 10 m” nell’e- ‘matossilina, sì lavano di nuovo per mezzo minuto nell’acqua , e finalmente si passano rapidamente nell’alcool assoluto (ovvero dapprima nell'alcool clo- ridrico 41 °/o,-poi nell’alcool assoluto), nell’olio di bergamotto, e in balsamo del Canadà. — Le sezioni devono essere assai sottili, dello spessore al più di 54. Di solito sono sufficientemente rigide per poter essere trasportate ‘direttamente da un liquido nell’altro. Se per avventnra riescono troppo deli- cate, si possono colorare sotto il coproggetti, facendo passare sotto di questo dî diversi liquidi. Se il coproggettivè sostenuto da due listerelle di carta sottilissima, disposte parallelamente all’asse più lungo del portoggetti, le correnti si stabiliscoro in modo veloce e regolare, la sostituzione di un liquido all’altro riesce più completa, e quindi i preparati risnltano meglio colorati.
20 G. BIZZOZERO
Infine, l’epitelio della superficie libera dell’intestino è costituito quasi esclusivamente da cellule protoplasmatiche.
I caratteri morfologici delle cellule protoplasmatiche pre- sentano nelle varie regioni delle ghiandole del cane quelle stesse modificazioni che abbiamo già veduto nel coniglio e nel topo.
Nel fondo cieco (fig. 2% A) esse si adattano, nella forma, agli spazi lasciati liberi dalle cellule mucose, posseggono un nucleo ovale spinto all’estremità profonda del corpo cellulare, ed hanno la loro estremità libera, limitata da una linea sottile. Il proto- plasma appare di poco meno granuloso di quello che non sia nelle cellule della superficie libera dell’intestino. I contorni laterali delle cellule sono poco distinti.
Venendo nelle porzioni più superficiali della ghiandola, le cellule vanno progressivamente aumentando in lunghezza e in lar- ghezza (si paragonino gli elementi delle fig. 2° A e 2% B che ven- nero disegnate allo stesso ingrandimento), e, oltracciò, vanno ac- quistando i caratteri tipici della cellula adulta. Infatti, il nucleo si porta un po’ più verso il mezzo della cellula, il protoplasma diventa un po’ più granuloso, i contorni laterali del corpo cel- lulare si fanno più spiccati, e sulla linea che limita l’estremità libera dell’elemento, si forma l’orlo striato. Quest'ultimo è già ben evidente verso il mezzo della ghiandola, ed aumenta tanto più in ispessore quanto più le cellule sono vicine allo sbocco.
Anche nelle ghiandole rettali del cane, adunque, non si può parlare di un epitelio ghiandolare morfologicamente diverso da quello della superficie libera. È diverso l’epitelio del fondo cieco da quello della superficie libera; ma tra l’uno e l’altra ci sono tutti gli stadi di transizione, e questi si trovano ordinatamente disposti nel corpo stesso della ghiandola (1).
Quanto alle cellule mucipare, accenno appena alle loro mo- dificazioni, perchè essenzialmente non differiscono da quelle che abbiamo conosciuto negli altri animali.
Nella figura 3* B ho disegnato, ritraendole da un preparato indurito col liquido di Hermann, tregdiverse forme cellulari tolte l’a dal fondo cieco, la d dal mezzo, la c dalle vicinanze dello sbocco della ghiandola.
Si vede che, quanto più si va verso la superficie, le cellule
(1) Anche fra le cellule epiteliche delle ghiandole rettali del cane sì no- tano dei leucociti migranti, ma in numero relativamente non grande,
SULLE GHIANDOLE TUBULARI 21
si gonfiano di muco. Nella stessa figura in A disegnai due cel- lule che dimostrano lo stesso fatto, ma che furon tolte da un preparato indurito in alcool, e conservato in glicerina. Il con- fronto cogli elementi disegnati in B darà un’idea del grado di intumidimento che, come già dissi, l’indurimento coll’alcool pro- duce nelle cellule mucose.
Anche nel cane, poi, si può mettere in evidenza che, benchè in misura assai minore che nel coniglio, ha luogo una modifi- cazione chimica graduata del muco secreto. Infatti, nei preparati colorati con ematossilina si scorge che l'intensità di colorazione del muco va leggermente aumentando quando dal cieco ghian- dolare si procede verso lo sbocco (1).
Che queste modificazioni graduate di ambo le specie di cel- lule epiteliari accennino ad una genesi dell'epitelio della super- ficie dell'intestino da quello delle ghiandole viene confermato, anche nel cane, dallo studio delle mitosi.
Queste, nelle ghiandole rettali del cane, sono molto nume- rose; ogni ghiandola ne contiene parecchie. Il che si trova in rapporto colla continua e notevole desquamazione dell’ epitelio. Infatti, nel muco che ricopre la superficie libera dell’intestino le cellule epiteliari cadute per desquamazione sono relativamente numerose; in una sezione di mucosa, p. es., dello spessore di 5-10 e della lunghezza di 7 mm. io ne contai una cin- quantina. Non è facile dar mumeri precisi, perchè le cellule de- squamate si deformano, sì che talora non è possibile accertare la loro vera natura; e, d’altra parte, il loro numero deve variare di sicuro nei diversi animali, e nelle varie condizioni di uno stesso animale.
Orbene, anche nel cane le mitosi mancano affatto nell’'epi- telio della superficie libera dell'intestino. Esse stanno raggruppate nel terzo profondo delle ghiandole, e ‘principalmente nei loro fondi ciechi. Nel terzo medio sono rare, e, a differenza di quanto osserrammo nelle ghiandole del retto e del colon nel coniglio ,
(1) Questa differenza di intensità di colorazione nelle diverse parti della ghiandola si osserva anche nei preparati induriti in alcool e colorati colla soluzione acquosa di safranina. — A questo riguardo si noti, che il colore giallo che, al solito, acquista con questo trattamento la sostanza mucosa, sì perde quando, per conservare il preparato, s'agginnge la soluzione acquosa di zuechero,
È G. BIZZOZERO
nel terzo superficiale non se ne trovano più. -- Il focolaio più attivo di produzione cellulare è, quindi, il fondo cieco. |
Riguardo alle mitosi delle ghiandole del cane c’è però un fatto che presenta un alto interesse per lo studio dello sviluppo delle cellule mucipare; ed è questo, che, a lato di numerose mitosi a corpo cellulare chiaro, protoplasmatico, non differenziato, le quali quindi, non si saprebbe se assegnare piuttosto alla serie dell’epitelio protoplasmatico, o a quella del muciparo, esistono delle mitosi meno numerose, che contengono nel loro protoplasma della sostanza mucosa, e che, per questo loro carattere, si ap- palesano quali elementi di rigenerazione dell’epitelio mucoso.
La mia attenzione su questi elementi venne primamente at - tratta mentre stavo esaminando delle sezioni longitudinali di ghiandole indurite nell’alcool; e l’osservazione fu confermata in altre ghiandole indurite sia in sublimato che in acido picrico. Fra gli altri elementi tappezzanti il tubulo ghiandolare io vedeva non di rado delle cellule appajate, più sottili e più corte delle
cellule epiteliari comuni circonvicine.
Il sospetto che queste cellule fossero di natura mucosa, mi venne dall’osservare che il loro protoplasma era chiaro, e per- corso da un sottile reticolo come quello proprio della sostanza mucosa ; così come il sospetto che fossero elementi in mitosi mi nacque nel vedere: 1° che queste cellule erano sempre appajate, e così simili l’una all’altra; 2° che erano applicate l’una contro l’altra, mentre le cellule mucose adulte, in qualunque punto della ghiandola si trovino, sono sempre divise l'una dall’altra da in- terposte cellule protoplasmatiche; 53° che erano più piccole delle eellule mucose comuni; 4° che i loro nuclei non erano, come nelle cellule mucose, spinti all’estremo della cellula applicato contro la membrana, ma si trovavano posti alle parti laterali ed op- poste delle cellule rispettive. — Perchè il sospetto diventasse cer- tezza, però, io dovevo accertare 1° la natura mucosa della sostanza contenuta nella cellula; 2° l’esistenza delle forme corrispondenti agli altri stadi del processo cariocinetico.
La natura mucosa della sostanza venne messa fuor di dubbio dalle reazioni coloranti. Essa, infatti, precisamente come il muco delle vere cellule mucose: 1° ingialliva quando, in sezioni indu- rite semplicemente nell’alcool, veniva trattata con soluzione ac- quosa di safranina; 2° si colorava fortemente in violetto od az- zurro, quando, su sezioni di pezzi induriti coi liquidi di Flemming
SULLE GHIANDOLE TUBULARI 33
ò di Hermann, veniva trattata con ematossilina (fig. 4° d) 0 con az- zurro di metilene. — Fra queste reazioni ha maggior valore quella coll’ematossilina, perchè (massime se l’indurimento venne ottenuto col liquido di Hermann, e, dopo la colorazione coll’ematossilina, la sezione venne lavata con alcool leggermente acidulato con acido cloridrico prima di chiulerla in balsamo o damar) con essa la so- stanza mucosa risulta colorata intensamente, mentre ogni altra parte, ogni altro elemento della mucosa. resta perfettamente in- coloro.
Quanto alle varie forme rappresentanti i diversi stadi del processo cariocinetico io le trovai facilmente, e pienamente di- mostrative, colla doppia colorazione esposta nella nota a pag. 19. La colorazione violetta che assumono le mitosi mucose permette di distinguerle a prima vista dalle mitosi comuni. — E qui è.da notare, che per questa ricerca convengon meglio le sezioni tras- versali, anzichè le sezioni longitudinali delle. ghiandole. La ra- gione ne è la seguente: mentre le mitosi comuni sono sparse, come si disse, in tutto il terzo profondo della ghiandola, le mi- tosi delle cellule mucose si trovano soltanto fra quelle cellule epiteliari che rivestono l'estremo del fondo cieco. In una sezione longitudinale della ghiandola, quindi, il fondo cieco presenta al- l'osservatore una serie sola (vista di coltello) delle cellule epi- teliari che lo rivestono, sicchè tra. queste poche cellule di raro capita di vedere una mitosi mucosa. Quando, invece. le ghiandole vengano sezionate trasversalmente, quando cioè la mucosa venga decomposta in tante sezioni parallele alla sua superficie, le se- zioni che interessano gli strati profondi e che comprendono così i fondi ciechi, ci presentano questi ultimi nella loro interezza, sicchè tutto intero o quasi intero ci appare lo strato epiteliare che li riveste. î
Nella figura 4* ho ritratto alcune delle mitosi di cellule mucose che si trovano ne’ miei preparati. Vi si vedono diverse figure (aaa') corrispondenti agli stadi di piastra equatoriale (vista di coltello o di fronte) e di doppio astro (cee c') dal principio della divisione dei due gruppi di filamenti fino alla compiuta scis- sione della cellula. — Non ho mai osservato cellule mucose che contenessero il nucleo in mitosi allo stadio di gomitolo. Può darsi che ciò dipenda da insufficienza di osservazione; ma se. considero il numero grande di preparati che ho studiato, propendo piuttosto a ritenere che ciò si debba a che, in questo primo stadio del pro-
24 G. BIZZOZERO
cesso di cariocinesi, le cellule non hanno ancora fabbricato nel loro seno della sostanza mucosa, e quindi il loro corpo è ancora costituito da solo protoplasma. Occorrerebbero, però, ulteriori osservazioni per decidere la questione.
Tutti questi nuclei in mitosi stanno, come quelli delle cario- cinesi comuni, più all’interno, cioè verso il lume ghiandolare, dei nuclei delle cellule in riposo.
Ho detto più sopra che le cellule gemelle presentano parecchi caratteri che le differenziano dalle cellule mucose tipiche. Fra quelle e queste, però, ci sono tutti gli stadi di passaggio. In- fatti, mentre da principio le cellule gemelle sono più corte dello strato epiteliare cilindrico in cui stanno, sì che colla loro estre- mità profonda non arrivano a toccare la membrana ghiandolare (fig. 2% A, 4*d), più tardi gradatamente si allungano fino a toc- care quest’ultima: i nuclei che stavano disposti lateralmente, gradatamente si spostano verso l’estremità profonda (fig. 4%e) e vanno a disporsi, più o meno schiacciati, al suo ‘apice; infine, mentre dapprima le due cellule stavano applicate l’una contro l’altra, poi, a poco a poco vengono distaccate l’una dall’altra dall’interporsi delle cellule protoplasmatiche che le circondano. È a questo modo, che da due cellule gemelle si formano due cellule mucose complete, sia per ciò che riguarda la costituzione, sia per ciò che spetta alla forma, alla grossezza, e alla dispo- sizione in cui stanno nel tubulo ghiandolare.
La struttura filamentosa della sostanza cromatica delle mi- tosi mucose è poco evidente qualunque sia stato il metodo di indurimento e di colorazione adoperato. Questo però è un fatto comune a tutte le mitosi dell’epitelio intestinale; e, ad ogni modo, i nuclei mitotici delle cellule mucose sono, per l'aspetto , per- fettamente simili a quelli delle mitosi comuni che loro stanno vicine. — Nella fig. 4*b ho disegnato una piastra equatoriale che presenta qualche traccia del fuso acromatico. È un caso assai raro, poichè in generale, in queste ghiandole del cane, il fuso acromatico non si vede nè nelle mitosi mucose, nè nelle più belle mitosi protoplasmatiche.
Anche nel cane, adunque, la derivazione dell’epitelio dell’in- testino crasso da quello delle sue ghiandole tubulari vien dimo- strata: 1° dalle trasformazioni graduate che le cellule epiteliari, sia protoplasmatiche che mucose, presentano, andando dai fondi ciechi shiandolari verso gli sbocchi ghiandolari; 2° dall'esservi
SULLE GHIANDOLE TUBULARI 25
elementi in mitosi soltanto nelle ghiandole, — Nel cane, poi, merita d’esser notato: 1° che la rigenerazione epiteliare ha luogo soltanto nel fondo cieco ghiandolare, mentre nel coniglio ve ne sono due principali focolai, l’uno al fondo cieco, l’altro al col- letto ghiandolare; 2° che, oltre alle mitosi comuni, vi sono delle mitosi il cui corpo contiene già sostanza mucosa, e che quindi servono di certo alla rigenerazione delle cellule cosidette caliciformi.
Queste mitosi mucose furono da me già viste nel colon del coniglio (1); ma nel cane esse sono assai più evidenti e nume> rose, ed anche in esso si trovano esclusîivamente nel fondo cieco della ghiandola. È qui, adunque, che senza dubbio risiede il focolaio di rigenerazione delle cellule caliciformi (2).
GHIANDOLE DEL DUODENO. Ghiandole duodenali del cane.
Per lo studio delle ghiandole tubulari del duodeno a quelle del coniglio, ho preferito le ghiandole del cane; le prime, infatti, sono assai tortuose, sicchè mal si prestano all'esame comparativo delle modificazioni che presentano gli epiteli nelle diverse porzioni del tubulo, mentre a ciò sono adatte le seconde che sono lunghe, diritte, ed impiantate verticalmente nella mucosa.
Quanto ai metodi d’indurimento, colorazione e conservazione, ho adoperato tutti quelli già citati antecedentemente ; tra essi trovai specialmente utile l’indurimento col semplice alcool, che meglio d’ogni altro liquido conserva i caratteri e i contorni del- l’epitelio (3), e la colorazione con picrocarmino (con conserva- zione in glicerina) o con safranina (con conservazione in zucchero di canna). La conservazione in resina si deve, come al solito, adoperare quando interessa lo studio delle mitosi.
(1) Bizzozero, Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino, vol, XXIV, fig. 12 della tavola.
(2) Credo non superfluo il riferire, che nel muco che riempie il lume delle ghiandole rettali del cane sogliono trovarsi numerosissimi bacilli, che arrivano fino al fondo cieco. Di ciò mi occuperò in altra capitolo del lavoro.
(3) Nell’indurimento con alcool e conservazione in glicerina devesi natu- ralmente tener conto dell’ingrossamento che subiscono i blocchi di sostanza mucosa (pag. 18). Essendo, però, in queste ghiandole scarse le cellule mu- cose, ciò non guasta, anzi serve a rendere più evidenti le cellule stesse.
TO: G. BIZZOZERO
Le ghiandole (fig. 5%) incominciano all’imbasso con un fondo cieco ‘leggermente ingrossato, claviforme ; attraversano leggermente ondulose tutto lo spessore della mucosa, tenendosi parallele fra loro, e separate l’una dall'altra da un certo intervallo occupato dallo stroma connettivo della mucosa (d); arrivate a poca di stanza dalla superficie della mucosa si fondono di solito tra di loro, in modo che di due ghiandole (c e) si forma un solo largo tubulo che sbocca in corrispondenza della base dei villi intesti- nali. Lo stroma della mucosa è ricco di leucociti, che sono spe- cialmente numerosi al di sotto dei fondi ciechi ghiandolari (e).
1l lume delle ghiandole è piuttosto ampio, specialmente in corrispondenza del fondo cieco. Esso è riempiuto da una massa che, indurita nell’alcool, ha aspetto mucoso, 0, piuttosto, col- loide, e pare più consistente nel fondo cieco (fig. 6% A), che nella porzione superiore. In essa si osservano sempre degli am- massi di granuli, e dei leucociti i cui nuclei s'imbibiscono for- temente colle sostanze coloranti, e che sono simili a quelli che stanno nello stroma della mucosa. Al par di questi, ora conten- gono un solo nucleo ovale o rotondeggiante, ora 2 o 3 piccoli nuclei rotondi. Sono palesemente elementi che provengono dallo stroma, e che vengono eliminati col secreto ghiandolare. Infatti, non pochi di questi leucociti si vedono mentre stanno attraver- sando l’epitelio ghiandolare. i
Quanto alle mitosi dell’epitelio, come è noto, esse sono molto numerose. Come, però, già ebbi occasione di notare altre volte ( 1), esse non sono distribuite uniformemente nel tubulo ghiandolare; sono assai numerose nella metà profonda della ghiandola, e quindi anche nel suo fondo cieco; scarse, invece, nella sua metà super- ficiale, quantunque alcune rare si vedano arrivare fino in imme- diata vicinanza dello sbocco ghiandolare.
Vediamo, ora, la struttura delle cellule epiteliari. Anche qui abbiamo delle cellule protoplasmatiche e delle cellule mucose ; delle une e delle altre, adunque, dobbiamo partitamente discor- rere, mettendole in rapporto colle forme epiteliari che rivestono i villi intestinali, con cui esse si trovano in non interrotta con- timuazione.
Supponiamo d’avere una ghiandola sezionata longitudinalmente:
Cellule protoplasmatiche. — Se noi cominciamo dal para-
(4) Bizzozero eVassane; |, c., p, 172,
SULLE GHIANDOLE TUBULARI 27
gonare le cellule dei fondi ciechi con quelle dei villi, troviamo differenze abbastanza notevoli nelle dimensioni e nella struttura, tantochè potremmo dar ragione a coloro che ammettono l’epitelio delle ghiandole essere diverso da quello delle villosità. Ma se noi, incominciando il nostro studio dai fondi ciechi, ci innalziamo a poco a poco nella ghiandola fino ad arrivare al suo sbocco, e poi continuiamo sul villo, allora vediamo che in nessun punto c'è un limite netto fra una forma epiteliare e l’altra; l’epitelio si modifica per una serie graduata di forme di transizione,
Nel fondo cieco (fig. 6% 4) le cellule sono piuttosto lunghe, di forma piramidale, colla base rivolta alla superficie d’impianto, e l’apice tronco in corrispondenza dell’estremità libera. ]l. pro- toplasma è finamente granuloso. I nuclei stanno disposti in vi- cinanza della base, e contengono 2-3-4 grossi nucleoli.
Nelle cellule che stanno immediatamente più sopra, la forma è già modificata, giacchè la loro estremità libera si è fatta più larga, e molte cellule presentano la loro metà basale incurvata alquanto, e terminata con una estremità assottigliata e diretta all’ im- basso (0); altre cellule, però, hanno anche l'estremità basale tagliata tronca (c).
Venendo più in su nella ghiandola (fig. 6° B) fino al suo sbocco, le cellule quasi non mutano di carattere; esse sono disposte per- pendicolarmente all’asse della ghiandola e quindi la loro estremità basale termina tronca, e la loro forma diventa così più regolar- mente rettangolare (da quelle cellule all’infuori che sono compresse lateralmente dalle cellule mucose), i nuclei si conservano nella metà basale, e il protoplasma permane finamente granuloso. L'unico mu- tamento essenziale avviene nella loro estremità libera. Questa nel fondo cieco è limitata da un contorno semplice, sottile; venendo più in su, comincia ad apparire alla sua superficie libera uno straterello pallido, che a discreto ingrandimento pare omogeneo, ma a forte ingrandimento presenta una fina striatura parallela all’asse lon- gitudinale della cellula. A metà della lunghezza della ghiandola questo strato è già ben sviluppato (fig. 6% B) e la sua striatura più netta; esso ha assunto tutto l’aspetto di quell’orlo striato che ‘è caratteristico dell’epitelio assorbente dell’intestino, e come tale si continua per tutto il resto della ghiandola.
Giunto alla base dei villi, l’epitelio si continua su di essi, mantenendo i suoi caratteri essenziali ; le sole differenze consi» stono in ciò che (fig. 6° C) le cellule si fanno un po’più strette e
28 G. BIZZOZERO
più lunghe: l’orlo lucente aumenta leggermente in grossezza, e i bastoncini che lo compongono si fanno un po’ più spiccati: e, infine, che il nucleo cellulare si allontana alquanto dalla base, e arriva fin verso la metà della cellula.
Come si vede, la differenza principale fra le cellule dei fondi ciechi ghiandolari e quelle dei villi sta nell’assenza e nella pre- senza dell’orlo lucente; ma questo non può essere un criterio differenziale fra l’epitelio ghiandolare e quello della superficie libera, perchè l’orlo lucente esiste anche nell’epitelio della ghian- dola per più di metà della lunghezza di questa, e, inoltre, lo si vede originare da una modificazione che succede gradatamente alla estremità libera delle cellule.
Cellule mucose. — Anche queste hanno diverso aspetto a se- conda del punto ove le consideriamo. Nel fondo cieco (fig. 6* A d) sono piramidali, colla base rivolta alla membrana propria. La loro metà esterna è costituita dal protoplasma contenente il nucleo ovale o rotondeggiante: la metà interna, invece, è ripiena di muco attraversato dal solito reticolo. All’estremità libera le cellule sono aperte, per poter svuotare nel lume ghiandolare il loro secreto.
Un poco più in su (fig. 6* A, e) le cellule conservano ancora, pressa poco, la stessa forma, ma il loro nucleo appare circon- dato da poco protoplasma, ed è spinto verso l'estremità basale della cellula.
Più in su ancora le cellule mutano affatto. Vanno gradata- mente ingrossando, e tendendo così alla forma ovale o sferica (fi- gura 6° B, a) in modo da rappresentare un calice senza fusto e senza piede : il loro nucleo è spinto e schiacciato alla periferia, e tutto lo spazio limitato dalla membrana cellulare è occupato dal muco. In qualche caso il protoplasma appare ancora al di sotto del nucleo (fig. 6% B, 4) sotto la forma di un piccolo cono colla punta rivolta verso la membrana propria della ghiandola. HI muco contenuto nella cellula è continuo con quello raccolto nel lume della ghiandola. Il nucleo, schiacciato com'è, quando è visto di coltello appare sotto la forma di una sottilissima semi luna piuttosto omogenea e lucente, e colorata assai intensamente dai soliti coloranti nucleari; quando sia visto di piatto, invece, si presenta ancora ovale, finamente granulato, fornito di nucleoli.
Le cellule mucose arrivano fino allo sbocco ghiandolare con questi caratteri, diventando, però, sempre più grosse e distese dal muco.
SULLE GHIANDOLE TUBULARI 29
Giunte sul villo, la loro forma cambia rapidamente: al pati delle cellule protoplasmatiche diventano più sottili e più lunghe (fig. 6° C); si assottiglia specialmente la metà basale delle cel- lule, acquistando così l'elemento la forma di un calice fornito di fusto, ma senza piede, e nel fusto è contenuto il nucleo. Quanto a questo, esso ha seguìto in parte le modificazioni di forma della cellula, ed è diventato stretto e lungo, disposto col suo asse maggiore parallelo all'asse maggiore della cellula ; si conserva però ancora fortemente colorabile e d’aspetto lucente.
Dopo quanto abbiamo visto succedere nelle ghiandole del retto e del colon del coniglio, il paragone di queste varie forme delle cellule mucose nel cane ci permette di ritenere, che esse siano dovute ad una graduata trasformazione di quelle cellule mucose piramidali che stanno nei fondi ciechi ghiandolari. E questa opinione viene confermata anche qui dal fatto, che la mo- dificazione morfologica delle cellule procede di pari passo con una modificazione chimica del muco da esse secreto.
A questo riguardo devo notare, che il muco di queste cellule del cane non ha le stesse reazioni coloranti di quello del retto del coniglio : esso non si colora col metilverde e colla vesuvina, Si colora bensì colla safranina, ma a ciò è necessario adoperare una soluzione acquosa concentrata (1).
Con questa, come già ebbi occasione di dire precedentemente, si ottiene un differenziamento assai elegante: la sostanza fondamen- tale del connettivo rimane incolora, tutti i nuclei del tessuto acquistano un color giallo di vesuvina, il corpo delle cellule epi- teliari, delle fibre muscolari liscie e delle cellule dei. gangli di Meisner e di Auerbach diventa di color rosso fucsina, e il muco spicca per un color giallo chiaro (2).
Orbene, esaminando una sezione così colorata delle ghian-
(1) La sezione di mucosa, che deve essere sottilissima (intorno ai 5 #), Viene spogliata dalla paraffina colla trementina, passata in alcool assoluto, e poi trasportata con una spatolina in una goccia d’alcool (che le conserva una certa rigidità assai utile per praticare il trasporto) sul portoggetti, ove viene poi colorata sotto il coproggetti, come venne indicato a pag. 19. All’alecoi si sostituisce dell’acqua, ed a questa la soluzione acquosa concentrata di safranina.
(2: Non tutte le safranine del commercio danno questo prezioso differen- ziamento dei varii elementi. Io l’ottenni colla safranina della fabbrica Bind- schedler e Busch di Basilea: — Non ottenni, invece, alcurià' coloràzione! del muco .colla safranina 0 fornitami dal Dott. Gribler di Lipsia.
30 G. 'RIZZOZERÒ
dole. è facile l’accorgersi che l’intensità di colorazione del muco ‘varia assai ; nei fondi ciechi esso è appena giallognolo rossiccio, mentre un poco più in su si fa giallo più schietto, e più in su ancora, giallo chiaro spiccatissimo. Ciò si riferisce tanto al muco contenuto nelle cellule, quanto a quello che riempie il lume ghiandolare, o sta sulla superficie dei villi intestinali.
‘Anche qui, adunque, come nel colon e nel retto, abbiamo una graduata modificazione chimica del secreto delle cellule mu- cose, che comincia nei fondi ciechi, e progredisce fino alla super- ficie libera dell’intestino. È nei fondi ciechi che hanno origine le più giovani cellule mucose. Le numerose scissioni per mitosi che vi hanno luogo danno origine a degli elementi cilindrici 0 piramidali, che hanno diverso destino: alcuni restano cellule protoplasmatiche, altri invece si trasformano in cellule mucose. I primi stadi di questa trasformazione sono difficili a vedersi , poichè i piccolissimi granuli di muco primamente prodotti ven- gono nascosti dalla granulosità del protoplasma in cui sono im- mersi. Le forme, quindi, che predominano nei fondi ciechi ci presentano di solito le cellule mucose a stadio già relativamente avanzato. Facendo, però, delle sezioni della mucosa trasversali alle ghiandole, ed estremamente sottili, e colorandole colla sa- franina, si riesce non di rado a vedere (in quelle sezioni che hanno colpito la ghiandola immediatamente al disopra dei fondi ciechi) delle cellule cilindriche in cui la trasformazione è appena comin- ciata (fig. 7°, a); le cellule sono ancora per forma, nucleo, ecc. simili a cellule protoplasmatiche vicine ; da queste, però, si di- stinguono per dei granuli di muco che, accumulandosi nella loro metà interna, hanno ridotto qui il loro protoplasma ad una sem- plice trabecolatura reticolare. (ga
Il successivo mutamento di forma che avviene nelle cellule mucose è determinato principalmente dal raccogliervisi di molto muco, che fa arrotondare le cellule e schiaccia alla base di essa il nuelec .e lo scarso protoplasma. Dico principalmente, e non completamente, perchè sulle forme delle cellule tanto protoplasma- tiche che mucose deve aver influenza anche la pressione che si esercita sulle loro superficie.
Infatti, avendosi nella metà profonda del tubulo ghiandolare un'attiva moltiplicazione per mitosi, gli elementi devono compri- mersi vicendevolmente, e gli elementi compressi devono tendere continuamente. a. spostarsi verso il punto di minor pressione, cioè
SULLÈ GHIANDOLE TUBULARI 31
verso la superficie libera dell’ intestino, dove la contiùua elimi- nazione di cellule rende libero lo spazio per le cellule sopra- venienti.
Immediatamente al di sopra del fondo cieco questa pressione ha luogo prevalentemente sulle pareti laterali delle cellule, cioè in senso perpendicolare all’asse maggiore della ghiandola. Di ciò fa fede la forma delle cellule e dei loro nuclei; infatti, paragonando una sezione longitudinale (fig. 6* A) di questa regione delle ghian- dole con una trasversale (fig. 7%), si vede che in questa seconda le cellule sono più strette e lunghe, ed i nuclei pure più allun- gati. Il che appare anche quando in una sezione longitudinale si esaminino di fronte le basi d’impianto delle cellule ghiandolari (fig, 8°); queste basi hanno il loro asse più lungo parallelo‘ al- l’asse principale della ghiandola.
La forma curiosa delle cellule d della fig. 6° A; che è frequen- tissima nei fondi ciechi, e che è caratterizzata da ciò che la estremità libera dell'elemento è più alta dell’estremità basale, e che quest’ultima è curva e va a finire assottigliata sotto la base della cellula sottogiacente, trova, come è già ben noto, una fa- cile spiegazione nello spostamento delle cellule verso lo sbocco ghiandolare ; giacchè questo può compiersi più facilmente dalla estremità libera, che da quella basale, la quale sì trova ‘appli- cata sulla membrana propria della ghiandola.
Prescindendo dal fondo cieco, nelle altre porzioni del tubulo ghiandolare la direzione dell’asse di maggior pressione è varia- bile, probabilmente in rapporto col transitorio : formarsi e poi svanire, di centri di moltiplicazione cariocinetica. Si è per ciò che nei diversi tratti del tubulo ghiandolare, ora le cellule epiteliari appaiono schiacciate nel senso trasversale, come nei fondi ciechi, ora nella direzione dell’asse longitudinale della ghiandola, ora, finalmente, hanno press’a poco eguali i loro diametri trasversali.
. Come ho già detto, le cellule sia protoplasmatiche che mu- cose della ghiandola sono in generale più corte di quelle che ri- vestono i villi. Credo che ciò sia in rapporto colla pressione che il muco secreto esercita sull’epitelio secretore. Questa pressione il muco racchiuso nel lume la esercita di certo sulla superficie libera delle cellule epiteliche ghiandolari; e deve tendere a rac- corciarle. Mentre, quando le cellule sono giunte sui villi, la pres- sione esercitata dal secreto è cessata, e su di esse non agisce più che la pressione laterale che esercitano reciprocamente le une sulle
39 G. BIZZOZERÒ
altre e che tende ad allungarle. Del resto, sulla superficie del villo la grossezza e la lunghezza di una medesima cellula (sia proto- plasmatica che mucosa) varia assai, come è già noto, a seconda dello stato di contrazione di quel punto del villo su cui risiede.
SPIEGAZIONE DELLE FIGURE
Fig. 1* — Ghiandola tubulare del retto di mus musculus (Li- quido di Kleinenberg, vesuvina, damar). Si scor- gono due mitosi a a, e si vedono le modificazioni che presentano le cellule mucipare (0, 8, 0") an- dando dal fondo cieco verso lo sbocco della ghian- dola. Si vedono anche le modificazioni graduate delle cellule protoplasmatiche, che nella porzione superficiale della ghiandola diventano più scure e granulose. Ingr. di 290 d.
» 2% — Porzioni di sezioni longitudinali di ghiandole del retto di cane (Liquido di Hermann, colorazione doppia colla safranina e l’ematossilina, damar). A Fondo cieco. Vi si vede l’epitelio ghiandolare, e, nel lume, il muco secreto. Nell’epitelio si scorge una mitosi protoplasmatica a, e più sotto due cellule gemelle mucose d. — B Dal terzo superficiale della ghian- dola, poco lontano dallo sbocco. Mancano le mi- tosi, le cellule protoplasmatiche sono più numerose che nel fondo cieco. Entrambe le forme cellulari, poi, sono più grosse, ed a contorni più netti che nel fondo cieco. — 580 d.
» 8% — Ghiandole del retto di cane. Varie forme di cellule mucose. A Da mucosa indurita nell’alcool, e se- zioni conservate in glicerina: « cellule del fondo cieco, 6 cellula poco lontano dallo sbocco ghian- dolare. — B Da mucosa indurita nel liquido di Hermann, colorazione doppia con ematossilina e
— VOL ANI
Ino
OA
Atti RAccad. delle Sc. di To
Ma;
Ù i
RSLI E sso vari g
La
TUInuno
t.Salussolia, Torino
L
ai S È n È i S s hi E È Me -E S uf E 3 ‘s = S P n= 13 e) Pi Del _ È IE ni 5 DI “00 »* È Lai =
‘n l a 2 LD p Si
n di
; [<b]
ì o ni E | ia i
= i
ì ida) &
; I [cs] Ò DE ,
— ES] = è
AS RO)
IS E
n — da (a) 5 ci
%
SULLE GHIANDOLE TUBULARI 433
safranina. a cellula del fondo cieco, d cellule verso il mezzo della ghiandola, e cellula poco lontano dallo sbocco ghiandolare. — 400 dd.
Fig. 4° — Ghiandole del retto di cane; mitosi di cellule mu- cose (Liquido di Hermann, colorazione doppia con safranina ed ematossilina). Le figure sono ritratte in parte da sezioni trasverse, in parte da sezioni longitudinali delle ghiandole. a a. Piastre equato- riali. — d cellula con piastra equatoriale ed accenno al fuso acromatico. Nelle cellule mucose circo- stanti a questa non si vede il nucleo, che giaceva in un piano più basso (lo stesso fatto si nota nelle figure a'e ec c). — cede diastri. — d cellule gemelle con nuclei laterali. — e cellule gemelle con nuclei che si vanno portando all'estremità profonda delle cellule rispettive. In e venne disegnato il fino reticolo che attraversa la sostanza mucosa; nelle figure a d c d per brevità venne ommesso. — 820 d. (Apocrom. 1,5" di Zeiss).
» 5% — Sezione verticale di duodeno di cane. Indurimento nell’alcool. a villi contratti, coi loro muscoli lisci longitudinali. — £ ghiandole tubulari. — c.c con- fluenza di due ghiandole in un solo condotto shoc- cante alla base dei villi. — d tessuto linfoide fra le ghiandole. — e strato linfoide sotto i fondi ciechi ghiandolari. — f e g i due strati della muscularis mucosae. — i sottomucoso. — Ingr. di 25 d.
_» 6% — Ghiandole tubulari del duodeno di cane (Indurimento nell’alcool, picrocarmino, glicerina). A fondo cieco. -- B ghiandola verso la metà della sua lunghezza. C epitelio del villo. Per la spiegazione veggasi il testo. Ingr. di circa 860 d. (Apocrom. 1,5" di Zeiss).
» 7% — Duodeno di cane. Sezione trasversa del fondo cieco di una ghiandola tubolare (Alcool, paraffina, sa- franina acquosa, soluzione, di zucchero). Vedi il testo. Ingr. come nella figura antecedente.
Atti R. Acced. - Parte Fisica, ecc. — Vol. XXVII.
VI
34 G. FERRARIS
Fig. 8* — Duodeno di cane (Alcool, picrocarmino, glicerina). Da ghiandola sezionata longitudinalmente, ed esa- minata immediatamente al disopra del fondo cieco. L'obbiettivo venne aggiustato in modo da vedere le cellule protoplasmatiche in sezione ottica tras- versale, sicchè l’asse maggiore delle cellule è pa- rallelo all’asse del microscopio. a linea di contorno della ghiandola. — d cellule ghiandolari. Vedi il testo.
Sul metodo dei tre elettrodinamometri per la misura dell’ energia dissipata per isteresi e per correnti di Foucault in un trasformatore ;
Nota del Socio GALILEO FERRARIS
Nella seduta del 4 dicembre 1887 io aveva l’onore di leg- gere davanti a questa R. Accademia una mia memoria « Sulle differenze di fase delle correnti, sul ritardo dell’induzione e sulla dissipazione di energia nei trasformatori » (*). In quella memoria, dopo di aver discusso ed interpretato 1 risultati di varie serie di misure sulle differenze di fase tra le due correnti, pri- maria e secondaria, di un trasformatore, io prendeva in esame le relazioni esistenti tra la detta differenza di fase e la dissipazione di energia che ha luogo nel trasformatore in causa delle correnti di Foucault e dell’isteresi. Arrivavo, tra le altre cose, ai seguenti risultati :
1° La corrente secondaria presenta un ritardo di fase ri- spetto a quella che si avrebbe qualora non esistessero nè le cor- renti di Foucault, nè l’isteresi;
(*) Memorie della Regia Accademia delle Scienze di Torino, Serie II, Tom. XXXVIII, pag. 415-464.
SUL METODO DEI TRE ELETTRODINAMOMETRI 35
2° Tale ritardo di fase è in relazione con una perdita, o dissipazione di energia, che ha luogo nel trasformatore ;
3° Tra il ritardo di fase e la dissipazione di energia esiste una relazione semplice, la quale è sempre la stessa, qualunque sia la causa del ritardo e della dissipazione. Se adunque, come è il caso nel trasformatore, la dissipazione di energia è dovuta in parte alle correnti di Foucault ed in parte all’isteresi nel nucleo di ferro, il ritardo di fase rappresenta l’effetto complessivo di queste due cause;
4° Se la differenza di fase tra le due correnti primaria e secondaria viene misurata per mezzo di tre elettrodinamometri, dei quali il primo abbia entrambe le spirali, la fissa e la mo- bile, nel circuito primario, il secondo le abbia entrambe nel cir- cuito secondario, ed il terzo abbia una spirale nel primario e l’altra nel secondario, si deduce dai risultati precedenti che le letture fatte sui tre elettrodinamometri sono legate da relazioni semplicissime coll’energia dissipata, e quindi anche colla totale energia spesa nella spirale primaria, col coefficieute di rendimento del trasformatore, ecc.
Nella mia memoria dimostravo tali relazioni, le discutevo mi- nutamente, ne deducevo una serie di conseguenze, e ne facevo l'applicazione ad una serie di casi sperimentali, nei quali, variando di volta in volta il nucleo di ferro del trasformatore, facevo va- riare fra limiti molto estesi il ritardo di fase e la dissipazione dell'energia. E cenni assai larghi di quel mio lavoro venivano pubblicati, oltrechè nelle principali riviste periodiche di elettro- tecnica, nei trattati di Fleming (*) e di Kittler (#°).
Le relazioni da me dimostrate sono comprese nella formola ‘ seguente, o si derivano immediatamente da essa:
Se si rappresenta con P l'energia dissipata in 1” comples- sivamente per le correnti di Foucault e per l’isteresi,
con @ la quantità di energia svolta nello stesso tempo, cioè in 1”, nel circuito secondario,
1%) J. A. FLEMING, M. A., D. Sc. (Lond.), The alternate current transformer in theory and practice (London), Vol. I, pag. 305-324. (La formola (25') ci- tata nel testo si trova riprodotta a pag. 319).
(**, E. KirtLeR, Handbuch der Elektrotechnik, Stuttgard, II Band. 1° Halfte, pag. 273-294. (La formola è a pag. 276, ed una parte della discussione è a pag. 292-94).
36 G. FERRARIS
con od il rapporto tra il coefficiente d’induzione mutuo tra
)
le due spirali primaria e secondaria ed il coefficiente di induzione propria della spirale secondaria,
con hi, hs, hs, le costanti dei tre elettrodinamometri, con a, {, y le letture simultanee fatte sui medesimi e con a, d, c, le tre letture ridotte ad una medesima costante, ossia :
si ha
L’avere io misurato le differenze di fase col metodo dei tre elettrodinamometri senza sapere, e quindi senza accennare che esso era già stato indicato dal sig. Th. H. Blakesley (**) indusse questo elettricista a leggere nella Physical Society di Londra, il 10 marzo 1888, una nota, colla quale egli rivendicava a sè la priorità dell'idea di tale metodo di misura. E la sua nota fu riprodotta nel Philosophical Magazine (***) e poi in parecchie altre ri- viste.
La rivendicazione del Blakesley però si estendeva soltanto al metodo di misura delle differenze di fase da me ritrovato e pre- scelto, e non toccava, nè avrebbe potuto toccare, il corpo del mio lavoro, ossia la discussione dei risultati delle esperienze, lo studio delle relazioni tra le differenze di fase e la dissipazione di energia, la determinazione del coefficiente di rendimento del trasformatore, lo studio sperimentale degli effetti delle correnti di Foucault, ecc., risultati, relazioni, determinazioni, studii che in gran parte sono
(*) Formola segnata col n° (25') a pag. 437 del volume XXXVIII, serie II delle Mem. Acc. Sc. Tor., ed a pag. 25 dell’estratto a parte.
(**) The Electrician, 2 ottobre 1885. — Giova però qui notare che non risulta che il Blakesley avesse sperimentalmente fatto uso del metodo, Egli inoltre non suggerì l’uso di tre elettrodinamometri se non nelle pubblicazioni posteriori alla mia.
($**) Serie 52, vol. XXV, pag. 295, aprile 1888.
SUL METODO DEI TRE ELETTRODINAMOMETRI 37
appunto compendiati nella formola su esposta e nelle sue con- | seguenze.
Orbene, lo stesso Mr. Th. H. Blakesley, due mesi dopo di aver pubblicato la rivendicazione sovraccennata e di avere dimo- strato con ciò di avere conoscenza del mio lavoro, leggeva nella stessa Physical Society, nella seduta del 12 maggio 1888 (*), una sua memoria col titolo: « On magnetie lag,» nella quale, senza alcun accenno al mio precedente lavoro, ridimostrava le stesse cose e ripresentava le stesse formole.
Di ciò io non mossi accusa all’egregio collega, al quale al- lora poteva servire di giustificazione il fatto che la mia memoria originale era scritta in lingua italiana. Non gli mossi accusa nem- meno più tardi, quando, e per i riassunti della mia memoria che erano comparsi numerosi in inglese ed in altre lingue sulle riviste scientifiche, e per i larghi bravi di essa pubblicati nei notissimi trattati del Fleming (**) e del Kittler (***), la mia precedenza do- veva essere venuta a sua cognizione. E non intendo di muovere accusa nemmeno adesso, perchè questioni personali come questa non interessano punto la scienza, ed hanno quindi agli occhi miei, anche quando mi toccano direttamente, una importanza affatto secondaria.
Ma in questi ultimi tempi il mio metodo per misurare l'e- nergia dissipata, l'energia spesa nella spirale primaria ed il ren- dimento di un trasformatore ha ricevuto applicazioni sommamente importanti per opera del prof. Ayrton, di J. F. Taylor e di altri, e, ciò che più monta, il prof. Ayrton ed il sig. J. F. Taylor hanno pubblicato una memoria (** che la formola (25'), da essi attribuita al Blakesley, è vera anche quando le correnti non sono sinusoidali ed è perciò affatto ge- nerale. Dopo tale pubblicazione anche il metodo di misura del- l’energia dissipata, che io adoperai pel primo, e tutte le dedu- zioni che ne feci nel lavoro sovracitato, acquistano maggiore ge-
(*) Vedi: Philosophical Magazine, 5% serie, vol. XXVI, pag. 34 e se- guenti.
(**) FLEMING, Op. cit., pag. 319.
(#**) KITTLER, Op. cit., pag. 288-094.
(****) Proof of the generality of certain formula published for a special case by Mr. B!akesley. By Prof. W. E. Ayrton, F. R. S., and J. F, TayLor, — Philosophical Magazine, april 1891, pag. 354,
38 G. FERRARIS
neralità e maggiore importanza. E ciò mi impone il dovere di ricordare qui, come ora faccio, le suesposte date. Se ciò costi- tuisce per me una rivendicazione di priorità, la rivendicazione però non è nè il movente nè lo scopo di questa mia nota. Lo scopo è di informare l'Accademia di un fatto che interessa un lavoro da essa accolto e pubblicato ne’ suoi volumi, e di porre in sodo che il valore di tale lavoro risulta notevolmente accresciuto dopo la pubblicazione di Ayrton e Taylor.
Per mettere ora in evidenza l’identità delle formole date dal Blakesley nella sua memoria del 12 maggio 1888 con quelle che si trovano nella mia memoria del 4 dicembre 1887, basta ri- cordare il significato delle lettere che in esse figurano.
Blakesley denomina (*): 4, %, % le letture sui tre elettrodinamometri ; A, B., C le costanti dei tre strumenti;
r,, ts le resistenze della spirale primaria e del circuito secondario;
m, n, i numeri delle spire nelle due eliche primaria e secondaria, ;
e con queste notazioni dà le seguenti espressioni (**); Potenza totale spesa fra i morsetti primarii del trasforma tore..(***)
m =r, Aa, + PAZZE potenza dissipata corrispondente al ritardo magnetico (****);
m = | Ou — Ba (- )
(*) Memoria citata: Philosophical Magazine, 5% serie, vol. XXVI, luglio 1888, pag. 35.
(**) Mem. cit., pag. 39.
(#*) Total power.
(#4) Power involved with the magnetic lag,
SUL METODO DEI TRE ELETTRODINAMOMETRI 39
Se, come nella mia memoria, si rappresenta con P l’energia dissipata in 1" per isteresi e per correnti di Foucault, energia cor- rispondente al ritardo di fase, e con @ quella svolta nel circuito secondario, si ha adunque:
E =. Sor Ba ’ Q=r Ba, , donde P__m Ca, QU 1° Ba;
E se, adottando anche le altre notazioni della mia memoria, sì pone ‘ m Caij='c, bBor=%, Pe SEE 3 n DI
questa formola diventa:
== (it dara gl
si riduce cioè alla (25’) sovraricordata.
40 GIUSEPPE PEANO
Sulla formula di Taylor;
Nota del Socio Prof, GiusepPE PEANO.
La formula di Taylor, che si può considerare come fonda- mentale del calcolo infinitesimale, si enunciò, fin dopo Lagrange, sotto la forma:
C+) ={@H +!" 0+ etc.
senza alcuna preoccupazione sul significato preciso di questa eguaglianza.
Ma dopo la distinzione accurata delle serie in convergenti e divergenti, nel corrente secolo la si ritiene valida solo quando la serie del secondo membro è convergente, ed ha per somma il primo. E poichè la serie scritta può essere divergente per alcuni, e anche per tutti i valori di %, ovvero essere convergente e non aver per somma il primo membro, ne viene di conseguenza che la formula perde ogni valore teorico, ed in ogni caso pratico bisogna esaminare se la formula sia vera o non.
Ma la stessa formula si può interpretare in un altro modo, indipendentemente dalla convergenza delle serie, e allora la for- mula suddetta sussiste qualunque sia la funzione (x), purchè avente le derivate che si scrivono. Oggetto di questa Nota è appunto questa nuova interpretazione. Dico nuova, perchè in nessun libro (ch’io sappia) è esplicitamente enunciata; però essa è estre- mamente affine a ciò che scrissero tutti gli autori, studiando le serie senza preoccuparsi della loro convergenza; ed anzi in certi punti non faccio che rienunciare, leggittimandole, le loro propo- sizioni.
Sia f(x) una funzione reale della variabile reale x. Suppon- gasi che col tendere di x a zero, f(x) tenda ad un limite ay.
SULLA FORMULA DI l'AYLOR 41
Se f(x) è continua, sarà @,=f(0). Allora f(x) —@ è una quantità infinitesima con #; la si divida per x, e si passi al limite facendo tendere x a zero. Si supponga che questo limite sia determinato e chiamiamolo a, :
f(a)—@
lim ———_=4; e
f(@)—@ % diamola per x, e passiamo al limite, e sia
Allora la differenza — a, è infinitesima con x; divi-
f(a) — a
a HA x LC), UK XL
e analogamente sia
f(a)— @
XL
=
— dg 9 . x i 2) C'anlarz aja fm ——_____—_P_ = Ai rea
= Ag
e così via.
Con questo processo, data la funzione f(x), deduciamo una successione di quantità reali a), @,, @, ..., la quale può con- tinuare indefinitamente (cosa che avviene nei casi più comuni) ovvero arrestarsi quando uno di quei quozienti non ha più un limite determinato e finito.
Noi converremo di scrivere : f(a)=anta,x+4a,x +... 44,2" ecc. spe (0) per indicare che
f(2) adora dati Ag ° — PIRO Sn
lim - MR al =" Lu di ( ) Adunque il significato del segno = nella (1) non è quello
che la serie del secondo membro sia convergente ed abbia per
49 GIUSEPPE PEANO
somma f(x), ma quello espresso dalla formula (2). Questa formula sì può pure scrivere sotto le forme:
lim (ed aneiig 3 t=0 XL f(a)=ata,x+a,4°+...+a"x"4+x", ovelim a=0. ...(4) dCzi0
e si può anche enunciare così: l'eguaglianza (1) sta per indicare che la differenza fra f(x) e il polinomio a +@,x+...+@a,4" è infinitesima con x, d'ordine superiore all’w"°.
Se f(x) è sviluppabile in serie secondo le potenze ascendenti di x, fino al termine di grado », secondo la formula (1), il che significa se esistono le quantità determinate e finite 4,4, ...@, che soddisfano alla condizione (2), allora, come è facile a vedere, sl avrà:
lim f(@)=@ : a) @ lim ne) ‘= x ; ce) TUE lim fa) n - = Ug : a)- UL... dg 07 lim i ri AO ) o = nta Uni +
ossia la (2) ha per conseguenza tutte quelle che da essa si de- ducono leggendo al posto di n, uno qualunque dei numeri di esso minori.
Diamo ora alcuni teoremi sulle operazioni su questi sviluppi.
TEOREMA I. — Se f(a)=a+a&%+...+ 4,4" + ecc. ,
v(a)=bo + dx +...4+0"2"+ecc., sarà
f(@) +9 (a) =(@+d) + (a +0) +... +(4,+0,) 2" +eco,
SULLA FORMULA DI TAYLOR 4.3
Infatti scritto f(x) sotto la forma a +...+@,0"+%", e €(x) sotto la br +...+0,0"+(22", sommando sarà /(x) +90(2)= (A+ db) +-+ (0,40) +72", ove si è fatto y=%+f; e poichè « e {3 sono infinitesimi con x, anche y è infinitesimo con x, ossia sussiste la formula a dimostrarsi.
TroreMma II. — Nella stessa ipotesi sarà : f(@)Xo(x)=aobo+(d001+@4,do)2+...+(dobn+@ bn +. + Ando) £"+-0cc. Dimostrazione analoga. TeoREMA III. — Se f(@)=a,+a,x+...+@,%" + ecc. ,
d(a)=co+c%+...4+ 0,2" +ecc. ,
e, supposto a, non nullo, si ricavano le byb,... b, dalle equa- zioni :
EUo=="C0 , Ad td = 00 è Aol Gad tt Gadi01a è
sì avrà:
=
Prete beat... 4a + 000.
x
Se l’espressione f(2+/) si può sviluppare secondo le potenze di ”, nel significato definito, e si ha:
f(d+A)=a, +a,ht+a,h° +-ece. , sarà ig=lim f(x +4); quindi se f(x) è continua pel valore con- h=0
siderato di x, sarà a,=f(2).
f(2+1)—f(2) h
ha derivata pel valore considerato, e questa vale a,.
In questa ipotesi sarà a, = lim
; quindi f()
Teorema IV. — Se la derivata £'(x+h) si può sviluppare in serie secondo le potenze di h fino al termine di grado n, cioè : f'(c+h)=f' (e) +a h+as h° +... +a,h" +-ecc. ,
44 GIUSEPPE PEANO
Sarà ht!
hè h ce i] a di — ROD :f(e4+h)=f(0)+1f (@)+a, 3 + 4, 3 ua I + ecc.
Infatti completando il polinomio del secondo membro con. ch", ed integrando, rispetto 4, si avrà
Jett ah (@+1)-f@=1f (+... tl dhe f(d+M)—-f(a)=hf (2) + Dei zh, dh
% ri Ma l’ultimo termine si può scrivere #f l'dh=( si ove
6 è uno dei valori di « nell’intervallo da 0 ad 7%; e poichè 4 è infinitesimo, lo è pure ft.
TroreMA V. — Se f(x) ha le successive derivate, fino all’n"*. pel valore considerato di x, st ha:
f(a +M)=f()+ hf (+... n (x) +-ecc.
‘ Infatti, per ipotesi, si ha:
fr G+ fe h
lim
== pe (x) ossia
fO=I (4-4) =f0 (2) +1 f (2) + cc.
integrando rispetto %, vale a dire applicando il teorema prece- dente, si ha:
he fd (2+M)=f0® (+ af (+ 5 FO (2)tecc ,
e integrando ancora n—2 altre volte si ha la formula cercata.
Questo ultimo teorema fu già da me dato nel Mathesis, Lio. LO,
Così restano interpretate alcune formule e legittimati alcuni passaggi affatto comuni nei Matematici dei secoli scorsi.
Si osservi però che dal fatto che f(x +4) è sviluppabile secondo le potenze di %,
f(c4+hR) = +ah+a,h°+...4 a, h"+ ecc,
T——_—
SULLA FORMULA DI TAYLOR 45
non ne deriva la sua continuità. Così f(x) può essere, come già si è osservato, discontinua pel valore considerato di x, se f(7 +4) tende ad un limite diverso da (x) col tendere di % a. zero. Supposta la continuità di f(x), pel valore considerato di ,. non ne viene la sua continuità nelle vicinanze di esso Così se indi- chiamo con £(z) il massimo intero contenuto in 2, e poniamo G(2)=2— E(2), allora la funzione
r@=a6(-)
x,
ove si convenga di attribuirle il valore 0 per x=0, è continua per x=0, sviluppabile secondo le potenze di x fino al termine di
grado n (e tuttii coefficienti sono nulli), ma essa è discontinua in 1
ogni intorno del valore 0. La funzione e °6 (-). cui si attri- x
buisca il valore 0 per #=0, è sviluppabile indefinitamente, e tutti i coeflicienti sono nulli; però essa è discontinua in ogni intorno di 0.
Se f(c +4) è sviluppabile secondo le potenze di %, ed è continua pel valore considerato di x, cioè se
f(dr+h=f(a)+a,h+a,h° +-ecc.,
ne viene di conseguenza, come già si è detto, che a,=f'(2): quindi la definizione data da Lagrange, che /'(x) è il coeffi- ciente di % nello sviluppo di f(c+%) secondo le potenze di %, coincide colla attuale. Ma non ne viene di conseguenza che anche f'(2 4%) sia sviluppabile in serie, e si abbia /'(r+4)=f"(2) +2a,h+ ecc. Basta considerare i due esempi precedenti, in cui f(x) è sviluppabile in serie, ma, essendo discontinua nelle vici- nanze di 0, non ha, in quelle vicinanz:, derivata. Quindi ancora, dal fatto che
f(2+%)=f(2)+Nhf'(e) + ah + ecc. , fi (x) 2
non ne deriva come conseguenza che a, sia eguale a ; poichè
può la funzione mancare di derivata prima nelle vicinanze del valore considerato di x, e quindi non avere per quel valore di x derivata seconda.
Pertanto i teoremi I, II e III che danno i cofficienti dello
46 GIUSEPPÉ PEANO - SULLA FORMOLA DI TAYLOR
sviluppo d’una somma, d’un prodotto, d’un quoziente di due funzioni, mediante i coefficienti di queste funzioni, supposta l’e- sistenza delle derivate. permettono di trovare, e per una via al- quanto più semplice dell’ ordinaria, le derivate successive d’ un prodotto e d’un quoziente. Queste regole però sono alquanto più generali delle regole di derivazione, potendo ancora sussistere quando mancano le derivate. Gli infinitesimi che compaiono nello sviluppo di
f(a)=a&+0,x+a,2 +...
sono essi variabili o costanti? La risposta a questa questione di attualità dipende dal punto di vista da cui le consideriamo.
Possiamo considerare la quantità a,ax", cioè il valore che assume la funzione a,z" quando ad x si attribuisca un valore qualunque; e questo valore è un numero variabile ed infinitesimo con x: così si ha un infinitesimo variabile.
Oppure possiamo considerare. /a funzione indicata con a,2”, ossia l’operazione per cui ad ogni numero si fa corrispondere la sua potenza 7° moltiplicata per a,; e questa funzione, 0 ope- razione, 0 corrispondenza è un ente costante, dati 1’ esponente n e il coefficiente a,. Ora, date più funzioni f(x), 9(4). defi- nite in un intervallo da 0 un numero positivo conveniamo di dire che nelle vicinanze di 0, la prima è maggiore della seconda, e di scrivere f>g, se si può determinare un intervallo da 0 ad un numero positivo in modo che per ogni valore di x interno ad esso si abbia f(2)>g(z): e chiamiamo, secondo il solito, multiplo secondo il numero (reale) m, di f(x), la funzione mf (x). Allora, posto f.(x)=", ne viene che f,(7) è maggiore nelle vicinanze di 0, di ogni multiplo di f,,(4), ossia, qualunque sia m, si ha f.>mf,,;; ossia f,+: è un ente costante, infini- tesimo rispetto ad f.,, mentrechè f,,,(7) è un ente variabile, infinitesimo rispetto ad f, (x).
Di alcuni nuovi conduttori rettilinei approssimati ,
che si deducono dal moto ellittico;
Nota dell'Ing. G. PASTORE
La trasformazione del moto rotatorio continuo in rettilineo alterno sì ottiene con meccanismi speciali detti guide o condut- tori rettilinei, i quali, fatte poche eccezioni, appartengono alla classe dei sistemi articolati.
Alcuni di questi meccanismi risolvono il problema per ap- prossimazione, guidando un punto secondo una traiettoria vici- nissima, per un tratto notevole, ad una retta. Tali sono i noti quadrilateri articolati di Watt, di Evans, ecc.
Altri, invece, producono un moto rigorosamente rettilineo. Questi sono recenti: si dubitò anzi, fino a pochi anni fa, della possibilità teorica di ottenere in modo esatto l’indicata trasfor- mazione di movimento col mezzo di un sistema articolato pro- priamento detto, che cioè contenga sole coppie ci rotazione. Il dubbio fu dileguato dal Peaucellier e dal Lipkin, nel 1864, coll’inversore che porta il loro nome; poco dopo Kempe (1875) ed Hart (1877) proposero altri sistemi articolati composti, ca- paci, essi pure, di produrre l'esatto moto rettilineo.
Questi meccanismi furono accolti con grande interesse, e rap- presentano, di certo, una delle più belle scoperte della moderna Cinematica. Tuttavia la loro complicazione ne impedì un largo impiego nelle macchine ; ed anche oggidi la pratica continua a valersi preferibilmente degli antichi conduttori approssimati di Watt, di Evans, ecc., apparecchi semplicissimi, col mezzo dei quali il moto rettilineo si ottiene con approssimazione più che sufficiente per gli usi pratici.
48 G. PASTORE
Ora, in uno studio sui meccanismi a cui attendo da qualche tempo, mi venne fatto di cadere sopra alcuni quadrilateri ar- ticolati speciali, che riconobbi capaci di guidare, per un tratto abbastanza lungo. un punto sopra di una traiettoria sensibilmente rettilinea. Mi parve perciò che essi fossero per riescire di qualche pratica utilità, ed è con tale speranza che mi indussi a farne oggetto di questa Nota.
I quadrilateri di cui intendo parlare derivano dal moto el- littico. Nel presente studio, dopo di aver accennate alcune proprietà di questo movimento e stabilita una proposizione ad esso relativa, deduco un primo conduttore rettilineo; da questo, applicando la legge di Roberts sul quadrilatero articolato, ne ottengo altri due. Dimostro in seguito, coll’analisi, che veramente, ed entro quali limiti, i tre quadrilateri ottenuti soddisfanno alle condizioni dei conduttori rettilinei.
I.
1. Considero 7 moto di una figura piana invariabile, la quale si sposta nel proprio piano mantenendo due dei suoi punti rispettivamente sopra due rette fisse perpendicolari fra di loro. In questo movimento un punto qualsiasi della figura descrive, in generale, un’ellisse, d'onde Ja denominazione di moto ellittico.
Le direttrici fisse siano x Ax.yA4y (fig. 1) e G, D rappre- sentino, in una posizione qualunque, i due punti da cui è deter- minato ;il movimento. Il punto G rimane sempre sulla direttrice cAx ed il punto D sulla direttrice y 4y. La congiungente G D è costante per l'invariabilità del sistema: la sua lunglezza la indico con 2 R.
Il moto ellittico, che riceve numerose applicazioni nei mec- canismi, gode delle seguenti proprietà fondamentali.
I. Esso si può ottenere facendo rotolare una circonferenza di circolo della figura mobile entro ad una circonferenza fissa di raggio doppio.
La linea fissa è la circonferenza / di centro A e raggio 2 È; la rotolante è la circonferenza r, di raggio £, descritta su GD come diametro.
NUOVI CONDUTTORI RETTILINEI APPROSSIMATI 49
II. La trasettoria descritta da un punto qualsiasi della figura è un’ellisse. Il suo centro coincide col centro della cir- conferenza fissa; i suoi assi passano per le estremità del dia- metro condotto dal punto descrivente nella circonferenza roto- lante ; la lunghezza dei suoi semi-assi sono le distanze del punto stesso da questa circonferenza.
Così, ad esempio, la traiettoria del punto P è l’ellisse e di centro A, di assi XX, YY passanti per le estremità e, d del diametro condotto da P nella circonferenza rotolante r, e di semi- assi Pe, Pd.
Se il punto descrivente cade in M, centro della rotolante, l’ellisse traiettoria di questo punto si riduce alla circonferenza di circolo di centro A e raggio £.
Se il punto descrivente cade sulla rotolante, ad esempio in @, l’ellisse si riduce ad una retta ; al diametro Y'Y' della circon- ferenza fissa.
2. Ciò posto, è facile dimostrare la seguente proposizione.
Il moto ellittico si può ottenere facendo muovere due punti determinati della figura mobile rispettivamente sopra due ellissi concentriche, tali che la somma o la differenza dei semi-assi dell'una sia uguale alla somma od alla differenza dei semi- assi dell'altra.
Ed invero, il movimento di una figura piana invariabile, nel proprio piano, è perfettamente determinato, per quanto riguarda le traiettorie dei suoi punti, quando sono determinate le traiet- torie di due qualunque di questi punti. Uno stesso movimento sì può perciò ottenere in molti modi: basta prendere due punti qualsiasi della figura, tracciarne le traiettorie, e poscia, assunte queste come direttrici fisse del movimento, far muovere sulle me- desime i due punti considerati.
Applico questo concetto generale al moto ellittico piano. Prendo cioè due punti qualsiasi P, P' del sistema mobile e segno le el- lissi e, e da essi descritte nel movimento della retta GD. Queste ellissi sono concentriche in A ed hanno comune ed eguale al dia- metro GD = 2R della rotolante » la somma o la differenza dei semi-assi. Se P. e P' cadono entrambi fuori della rotolante, le due ellissi hanno comune la differenza dei semi-assi; se cadono entrambi entro a questa circonferenza, le due ellissi hanno co-
Atti R. Accad. - Parte Fisica, ecc. — Voli XXVII, &
50 G. PASTORE
mune la somma dei semi-assi; se infine, come in figura, uno di ‘essi, P, cade dentro, e l’altro, P', cade fuori della rotolante r, la somma cd dei semi-assi di e ‘è uguale alla differenza d'd' deitsemi-assi di e'.
Se adunque si fa muovere la retta P P' del sistema in modo che il suo estremo P percorra l’ellisse e, ed il suo estremo P' percorra l’ellisse e', si ottiene il moto ellittico della figura pre- cisamente come facendo scorrere i punti G,D di essa lungo le direttrici. ortogonali «+4 .x. yAy. Nel moto della P P' sulle el- lissi e, e i punti G e 2 della figura mobile sono guidati se- condo le rette x Ax, yA4y; gli altri punti della circonferenza rotolante » secondo rette passanti per A; e gli altri punti della figura secondo ellissi di cui GD = 2R rappresenta la somma 0 la differenza comune dei semi-assi.
3. Si supponga, come caso particolare, che P cada in M (fig. 2) punto di mezzo della retta GD, e che P' cada sul pro- lungamento di GD, in N, a distanza DN=DM=R.
Allora l’ellisse descritta da M si riduce alla circonferenza di circolo e di centro A e raggio £, e per ottenere il movi- mento del punto 2 basta articolare in esso un braccio AM=R girevole attorno al punto fisso A.
Il punto N, invece, descrive l’ellisse e' cogli assi x 4%, yAy ‘e con semi-assi fe e 3. Supponendo perciò praticata nel piano del movimento una scanalatura che abbia per linea mediana l’el- lisse e, ed obbligando l’estremo N dell'asta M N, articolata in M al braccio AM, a muoversi lungo questa scanalatura, si ha un ‘conduttore rettilineo esatto: nel moto rotatorio di AM il punto ‘di mezzo D di MN è guidato esattamente secondo la retta yAy.
4. Allo scopo di evitare la direttrice ellittica e', la quale complicherebbe il meccanismo e sarebbe causa di attriti consi- -derevoli, sostituisco all’ellisse e' l’arco della circonferenza oscu- ‘latrice nel suo vertice /, e produco il-movimento del punto N ‘mediante un braccio articolato. NB girevole attorno: al centro ‘di curvatura B dell’ellisse nel vertice Y.
Allora il meccanismo si trasforma nel quadrilatero articolato «ABNM, fisso sul lato AB. Il punto di mezzo D della sua biella MN non è più guidato secondo la retta yAy, ma bensì
NUOVI CONDUTTORI RETTILINEI APPROSSIMATI 51
secondo la curva //: questa però, come farò vedere, ha un con- tatto molto intimo con yAy, e per un lungo tratto si può ri- tenere come praticamente confondentesi colla medesima. Il raggio di curvatura per un’ellisse in uno dei vertici posti all'estremità dell’asse minore è dato dalla nota formola: a?
cis e
ove a è il semi-asse maggiore e d il semi-asse minore dell’ellisse. Nel nostro caso a = 3, d = R, e, per conseguenza:
p= 9R. Il quadrilatero articolato ABNM ha adunque i seguenti
elementi : SI
lato isso? 452. 41B =8R,
© MN —-9
ABNM Mel tn La ia
‘ (fig. 2) \ AM= RL, racer. d.%.. a
). BN=9R,
distanze ....DM=DN=R.
5. La legge di Roberts, di cui già mi occupai in un prece- dente lavoro (*), permette di ottenere altri due quadrilateri equivalenti al quadrilatero A BNM, cioè capaci di generare la stessa curva //.
In questo caso il punto descrivente D del quadrilatero pri- mitivo ABNM è il punto di mezzo della biella MN, perciò la costruzione ricavata dalla legge di Roberts si riduce alla se- guente: si compiono i parallelogrammi AMDM', DNBM", e trovati poscia i punti di mezzo N’, N" dei lati DM', e DM, si costruisce il parallelogrammo DN' CN". Il punto C deve cadere sulla retta 45 e dividerla per metà, ed i due nuovi quadrilateri capaci di generare la curva // sono:
ACN'M' (fig. 3) col lato fisso 40 , CBN"M" (fig. 4) col lato fisso CB,
(*) La legge di Roberts sul quadrilatero articolato. Atti della R. Accademia delle Scienze di Torino, 1890, vol. XXVI.
52 G. PASTORE
Le lunghezze dei loro lati sono:
lato fisso. ..... AC =4R, biella PESI M'N' =1R, ACN'M' i AMPA20RS (fig. 3) \ bracciante lib ; CN rr 2 R2 DM' A {j \ distanze. ..,.. È Î DN' = Sl 1 2 lato: fisso pus CB =:4)Be4 Lal Peres NINE CBN"M" CN" = Ro (fig. 4) Pracer n ta, (fig. BM"= R, DIN DRS \'fistanze Ni. he a DN RR
II.
6. Considero un quadrilatero articolato qualsiasi A BNM (fis. 5), avente per lato fisso AB, e cerco l’equazione della linea descritta da un punto D qualunque invariabilmente con- giunto colla biella MN.
Prendo per asse delle ascisse la retta dei centri AB, per asse delle ordinate la normale Ay condotta in A ad AB, e faccio :
AM=M, MD=L, BN=", ND=e, AB=p .
Indico inoltre con 2', y' le coordinate del punto M; con &”, y" quelle del punto N; con #, y quelle del punto descrivente D: e con « l’angolo variabile che la retta I7 D fa coll’asse delle 2.
NUOVI CONDUTTORI RETTILINEI APPROSSIMATI 53
Allora si ha; x =x—bcosa, 1 y =y—bsena; (1) x L=2= €08 ( (D+) ). | 1 RZ (2) y'=y—csen(D+a); | a°+y?=m?, | (8)
Maga. Eleyo al quadrato le (1) e sostituisco nella prima delle (3): SES liane t-=(4) 26 Elevo al quadrato le (2) e sostituisco nella seconda delle (3):
— p) 2 CI eve n = cose lcosD (e— p) +ysen DI |
2c .-(5) —senz}senD(x—p)—ycosD|. \ Facendo : | dx. M=cosD(r—p)+ysenD, b=Y, | =senD(e—p)—ycosD, iu Je 72 2 3. pelato DK y+ bm prega C®*=--____- 3; Pe ——_ i; 2b 2 €
le equazioni (4) e (ò) si riducono a: A cosd+ Bsena=(, Mcosa—Nsenz=P,
e dànno immediatamente :
MPS CHE PIA
CA. Neg Mi : C.N+B.P. Se — CNR >
(N°)
da cui: (C.M-A.P}4(C.N+B.P)}=(4.N+B.M).
54 G. PASTORE
Sostituendo in quest’equazione i valori di A, B, C, M, N, P, e riducendo, si ottiene l’ equazione generale della traiettoria descritta da un punto qualsiasi D. invariabilmente congiunto colla biella di un quadrilatero articolato.
È (+ $+ b— mè) senD(e—p) — y cos D! + +by)(c_pP+g+-n8|]°+ + [e (+ y°+b°— m°) cosD(r—p)+y sen DI —) ...(6) — ba|(x-p}+y+_n?{ |?= —4b°c° (sen D(2°+y°— pa) —py cosD|?. ] “. Introduco in quest’ equazione generale gli elementi che
corrispondono al quadrilatero della fig. 2; faccio cioè, nell’ipo- iealdi\ & —1:
m=%, be W0 n=39 =D 180%, p=8
Ottengo così l’equazione della linea 2:
(= 8y+2%y—8cy)}+ (3122 8e+ay—4)}=
art). 0
la quale, sviluppata, si riduce alla prima od alla seconda delle | due seguenti, secondochè si ordina secondo le potenze di y o se- condo le potenze di x:
y+3x(cr—8)y'+x(32°—482°+128z+192)y° +
AB + 2° (-12x—8)=0, | d
| o-—240+(3y°+ 128) 244 48(4—-y°)2°+ | 9) +(3y/4 128yf+64)2°+24y°(8—y)c+yî=0, DA
NUOVI CONDUTTORI RETTILINEI APPROSSIMATI 55
8. Introducendo nella (6) i valori :
mi 104) 9 (fed » È ta lfy Dee] 1 A <= c 9 p
=D=4@ È
che corrispondono al quadrilatero della figura 3, si ottiene l’e- quazione :
($- 8y+2y—-16cxy4(e-122—8x+2y+4y°) = = 649y°;
sviluppando la quale si ottiene la stessa equazione (8). Sostituendo invece gli elementi :
= 1 =
9 b=—, = de 3 n cei, p= 4,
2515 =>0, del quadrilatero fig. 4, si ottiene quest'altra equazione:
($_-56y+2°y+8xy?+(d°—56r+yx—8y—160) = 5184 y°,
che sviluppata ed ordinata secondo le potenze di y, dà: y+3 (2° 16)y4+ (324 1602° 3202+512)y +
2 - (85)
+ (e 56zx—160)}f=0. Questa però si riduce ancora alla (8) sostituendo x — 4 in- vece di x. Trasportando adunque l’asse y della fig. 4 paralle- lamente a se stesso alla distanza — 4 dalla sua posizione primi-
56 G. PASTORE
tiva, l'equazione (8') si trasforma nella (8). Per conseguenza, le linee rappresentate da queste due equazioni sono identiche fra di loro, ma diversamente situate rispetto all’asse delle y: so- vrapponendo le due linee, l’asse y della seconda è spostato di un’ascissa + 4 rispetto all’asse y della prima. La cosa corrisponde evidentemente al quadrilatero della fig. 4.
Si ha così, in questi quadrilateri speciali, la conferma ana- litica della legge di Roberts.
9. Le proprietà geometriche della linea 77 si deducono dalla sua equazione.
I. L'equazione (8) è soddisfatta per 2 = 0, y = 0 e non contiene che potenze pari di y: dunque la linea 7? (fig. 2) passa per l'origine A delle coordinate ed è simmetrica» rispetto all’asse x.
HI. Per y= 0 la stessa equazione diventa:
x° (e@°—12 a—-8)}=0,
che ha due radici zero, due uguali a —0,6332, e due uguali a + 12,6332.
In conseguenza, la curva 7 ha tre punti doppi sull’asse x: uno nell’ origine A delle coordinate, un altro in A' all’ ascissa — 0,6332, ed un terzo in A" all’ascissa + 12,6332 (*).
(*) Si consideri un quadrilatero articolato qualunque A B NM (fig. 5) fisso sul lato AB, un punto D invariabilmente congiunto colla sua biella M N, e la curva // descritta da questo punto nel movimento del sistema. Si costruisca poi sul lato fisso A B il triangolo ABC simile e similmente disposto rispetto al triangolo invariabile M ND, e la circonferenza di circolo passante per 4,B,0.
Allora i tre punti A, 8, C sono fuochi singolari della curva LI, e:
1° Questa curva può avere sino a 3 punti doppi sulla circonferenza A B 6;
2° Misurando le distanze lungo questa circonferenza da un punto fisso qualsiasi della medesima, la somma delle distanze dei punti doppi è uguale alla somma delle distanze dei fochi (CayLEY, On three-bar motion. Proceedings of the London mathematical Society, vol. VII, p. 136).
Nel nostro caso speciale (fig. 2) la circonferenza 4 BC si riduce all’asse x Ax, cosicchè i tre punti doppi devono cadere sopra di questa retta, come appunto si è trovato. La posizione poi di questi punti doppi A, 4’, A” è tale da rendere soddisfatta anche la seeonda proprietà,
NUOVI CONDUTTORI RETTILINEI APPROSSIMATI 57
Il primo, A, è, come farò vedere, un punto doppio speciale, in cui i due rami della curva sono tangenti fra di loro. Il se- condo, A', è un punto doppio ordinario: un nodo in croce. Il terzo, 4, è un punto doppio isolato, intersezione reale di due rami immaginarii della curva, rami simmetrici, come quelli reali, rispetto all'asse + Ax; questa posizione 4” non può evidente- mente essere raggiunta dal punto D della biella nelle posizioni reali di questa, e perciò non è da considerarsi nello studio ci- nematico del meccanismo.
III. Riduco l'equazione della curva / alla forma:
Uu, + 4g ca .+u,=0,
ove u, rappresenta il termine assoluto, ed w,, %,..... U, i termini di primo, di secondo, ..... di n°""° grado in x ed y. Ottengo;
1 3 9 9 b 9 DI 9
91 (c++ y°)-- 5% (e°+-y°)}+ 22244) +3 (2°+y°)+-2°=0...(10). Poichè in questo caso si ha «,=%,=0, l'origine A è un punto multiplo di ordine 2, cioè, come già si è detto, un punto doppio della linea 27. Inoltre la u,=0, cioè:
x°—= 0)
è l’equazione della coppia delle tangenti nell’origine. Ma queste due tangenti coincidono fra di loro e coll’asse y, dunque-in A i due rami p An, pAn' della curva 7? s’intersecano e sono tangenti fra di loro e coll’asse y.
IV. Per x=0-la (8) si riduce a:
y'==: 064
la quale ha sei radici uguali a zero.
Ciò significa che la linea // possiede in A sei punti coin- cidenti sull’asse y. Per conseguenza, A è un punto d’ ondula- zione della linea ll e l’asse y è tangente multipla ed ha con- tatto sestipunto colla medesima.
58 G. PASTORE
10. Le coordinate dei vari punti della linea 77 si determi- nano abbastanza facilmente col mezzo dell’equazione (8),
yY+3x(e—8)y+2(32°—482°+1282+192)y+ +2 (2-125—8)=0,
che si riduce ad un’equazione cubica. Faccio y°= Y; allora essa prende la forma:
aY?+3bY°+3cY+d=0;
e questa perde il secondo termine ponendo:
b V=Z-=Z-a(2-8).
Allora l’equazione da risolversi è:
SA DZE SO IRa.M (11) ove:
2
c b pia 37 042(39—2) ;
©: 5 93 q= —3-+23=(402f. (4) (4) a
.. Nel quadro seguente (pag. 16 e 17) sono riportati i valori di Z, di Y e di y corrispondenti a valori di 4 compresi fra Da questo quadro si scorge che la nostra equazione ha due coppie di radici reali per x compreso fra — 0,8996 e 0, ed una coppia di radici reali (zero) per x = 12,6332.
Per gli altri valori di x considerati nel quadro essa non ha radici reali. Lo stesso succede pure per tutti gli altri valori di x, perchè, e la cosa si verifica facilmente, per 2<—5 e per x>14 l'equazione (8) ha tutti i coefficienti dello stesso segno.
11. Al valore particolare £=12,6332 corrisponde il punto doppio isolato A", intersezione reale di due rami immaginarii della curva //. Astraendo da questo valore particolare di x, le
— Vol. AXVII
PINO
Atti R_Accad delle Sc.di To
E-Di alcun
R
{ORE-Di alcuni nuovi conduttori rettilinei approssimati che si deducono dal moto elittico. Atti R.Accad delle Sc.di Torino - VoLAX/
AM=DM=DN=R i MN=2R d I DS (0) Big.2. \ smzar sar gl BN=9R
Torino, lit. Salussolia
NUOVI CONDUTTORI RETTILINEI APPROSSIMATI 59
coppie di valori reali di y segnate nel quadro con y,, Y, cor- rispondono alla parte di curva mp Ap'm', e quelle segnate con Y» Y, &lla parte di curva mln An'Im. Fra questi ultimi valori sono importanti quelli qui riportati, che si riferiscono ad ascisse negative di valore assoluto minore di !/,j-
© | Yss Yy
ut PRRO= — [CROATO 41,198 ZZORLA ‘|. frac LO 65IR Sh0/0001 R=. |. 40,371R 000001 RL ue -0;209,.
Essi dànno la metà della corsa del punto D corrispondente ad una data deviazione dalla retta yy, e permettono, in con- seguenza, non solo di giudicare del grado di approssimazione di cui sono capaci i conduttori qui studiati, ma anche di deter- minare le dimensioni del meccanismo quando sono date la corsa e la deviazione massima che si può ammettere.
Da questi valori è desunta la seguente tavola:
Deviazione d
0,01.R 0,001 R
‘ 0,0001 R
0,00001 R
60
Valori di x
ee e de ——__ (E 202 —_—T_r__—wui
— 0,0001 — 0,00001 0
O 0 Où Ts Wo >
(a è
12 12,3331 12,6332 13
14
G. PASTORE
Coefflicienli dell’ equazione 44
cli BI
p= 64x (3— 2)
165,76 147235 138,24 112 87,04 63,36 40,96 19,84 1,9264 0,192064 0,01920064| 0,0019200064
256 640
— 1152 — 1792 — 2560 — 3456 — 1180 — 5632 — 6912 — 7366,8 — 988.) — 8320 — 9856
q= (40 2)? 40000 <0 25600 <0 14400 <0 947453 6400 1600 1295 1024 <0 784 <0 641,507 | <0 576 <0 400 <0 256 <0 144 <0 64 <0 16 <0 0,16 <0 0,0016 <0 0,000016 | —0 0.00000016 | —<0 0 1600 6400 14400 25600 40000 57600 78400 102400 129600 | 160000 193600 230400 213370 255356 <0 270400 <() 313600 <0
>0 >0 >0 >0 >0 >0 > >0 >0 >0 >0 >0
17,8447
17,0532
16,1703
16,7948
imm.? n
8,6512
7AAZA
6,0971 5,4665 5,1612
4 2633 3,3879 2,5276 1,6778 0,8359 0,0833 0,00833 0,000833 0,000083
0
imm.
39,2562 31,1457 22,8323 16,7948 imm.°
1,3444 0,434025 0,138148 0,043776 0 imm?°
49,554 58,532 63,9838 755222
— 104, — 1124
—@€—7—@—@—@@@———e@©occou(@meeEELUE[EWEEIEE Valori di Y_=zZ—x(a—8)
lori di (2 — 8)
___
ig Ya — 471553 | — 25,7498 + 110,9468 — 16,8543 — 16,8297 — 10,1677 — 8,5982 — 8,5982 imm.° imm. » » 0,6446 0,6446 0,0724 1,9186 0,0071 2,6036 0 2,9726 0,0012 31342 0,0133 3,5364 0,0279 3,8022 0,0376 3,8992 0,0378 3,7540 0,0259 3,1670 0,0032 1,2642 0,000332 0,426024 0,000033 0,137348 0,000003 0,043696 0 0 imm.9 imm,° » » » » » » » » » » » » » » » » » » » » » » — 3,8806 — 3,8866 — 15,554 0 — 384 | — 1,0162 — 47,0728 — 8,4778
122,1009 96,1989 72,0026 58,9826 49,290 2755057 25,3090 23,1110 20,8807 19,3721 18,6154 16,2997 13,9401 11,4068
8,7118 5,6229 1,5078 0,4503539 0,139781 0,043939 0 4,1971 4,2816 9,3288 16,3632 25,3810 36,3964 49,4082 64,4176 81,4253
100,4316
121,4370
1444420
152,5486
160,042
169,4457
196,449%
NUOVI CONDUTTORI RETTILINEI APPROSSIMATI
rr ctiinnen. 1) ose ES |
+ 0,803 0269) + 0,084 0 + 0,034 0,145 T 04107 + 01% + 0,19% + 0,161 + 0,057 + 0,018 + 0,006 + 0,002 0 imm.ii
dt KH Hit
apr. de dd Miu i
4 =
%
ia a RT
62 | G. PASTORE .
Si voglia, ad esempio, ottenere la corsa di m. 0,30 colla deviazione massima di '/,, di mm. In questo caso si ha 0,30
(n fa) d _ 0,0001 sai
rapporto che è compreso fra il 1306 ed il 7420 della tavola. Assumendo il primo valore si ha: i
0,30=1,306 R,
__ 0,30 108306
d=0,001E=0,00028 =?/, circa di mm.
=
— 0,228 mi
Rapporto DA m. 0,10 m. 0,20 rape "è. P_r- a tr — === _—___ ___ "tc R d R 22,8 ‘0,0% 0,00044 0,088 0,00088 1306 | 0,076 0,0000765 0,152 0,000153 7420 (00185 | © 0,0000135 0,270 0,000027 41800 | 0,239 0,00000239 0,478 000000478
Torino, Ottobre 1891. R. Museo industriale italiano.
NUOVI CONDUTTORI RETTILINEI APPROSSIMATI 63 Assumendo il secondo valore sì ha invece: 0990=’0,742 R',
__ 0,30 — 0,742
a=0,0001 R=0,000045= 2 circa di mm.
=0,405 m.,
Per ottenere all’incirca la deviazione richiesta dî !/,, di mm. si può assumere il valore intermedio &R— 0,25.
Quest’altra tavola dà immediatamente i valori di A e di d nei quattro rapporti diversi considerati per la corsa
cm.0,10, =m.0,20, =m.0,30, =m.0,40, =m.0,50.
A uc
I m. 0,30 m. 0,40 m. 0,50
——rrr— sz Trt ire Del a) ——T__r—_PP6T—P ez R d R d R d
0,132 0,00132 0,176 0,00176 0,22 0,0022
0,228 0,000228 0,304 | 0,000304 0,38 0,00038
0,405 0,0.00405 0,540 | 0,000054 0,675 0,0000675
0,717 0,0000717 | 0,956 | 0,0000956 | 4,195 0,00001195
64 G. GIACOMINI
Su alcune anomalie di sviluppo dell'embrione umano ;
Comunicazione terza del Socio Prof. C. GIACOMINI
4 OSSERVAZIONE V.
Gravidanza tubarica.
Per lo studio delle anomalie di sviluppo dell’embrione umano devono certo aver importanza speciale quei casi nei quali l’o- vulo dopo essere stato fecondato, trovando ostacoli sul suo cam- mino, non compie la sua emigrazione, non giunge, vale a dire, nell'utero, ma si arresta in un punto qualunque della tuba fal- loppiana, oppure cade nella cavità peritoneale.
Quando ciò avviene le condizioni di sviluppo sono comple- tamente alterate; e se in talune circostanze il nuovo individuo riesce, ciò malgrado, a percorrere tutta la sua evoluzione, nella grandissima maggioranza dei casi egli difficilmente si adatta al nuovo ambiente, perisce in uno stadio più o meno precoce e scompare senza lasciar traccie, oppure rimanendo residui, questi non sempre con facilità vengono ricondotti alla primitiva loro origine.
Le gravidanze extrauterine costituendo un pericolo permanente e sempre grave per la madre, esse furono molto attentamente studiate dal clinico in riguardo diagnostico e terapeutico ; solo più tardi si è cercato di bene stabilire i rapporti intimi tra l’ovo ed il punto in cui esso si sviluppa, il modo con cui si dispon- gono gl’involucri d’origine materna e la provenienza loro.
Lo studio anatomico delle gravidanze extrauterine è quindi di data abbastanza recente, e con esso si cercò di portar luce su molte questioni oggidì tanto discusse e tanto controverse. che riguardano i rapporti tra la madre ed il feto.
In specie le gravidanze tubariche furono oggetto di diligente esame, e questo si potè ripetere con abbastanza frequenza, do-
pochè l’esportazione della tuba divenne operazione comune presso i chirurghi.
ANOMALIE DI SVILUPPO DELL’EMBRIONE UMANO 65
Si è appunto di una gravidanza tubarica esportata in seguito a laparotomia che desidero discorrere. In essa l’embrione si era arrestato alle primissime fasi del suo sviluppo, era entrato in un periodo di regresso, e quindi apparteneva a quelle forme che io ho descritto nelle precedenti comunicazioni fatte a questa Accademia (Adunanza 18 dicembre 1887, 8 gennaio 1888 e 28 aprile 1889). Le membrane d’origine fetale e materna in- vece continuavano nel loro sviluppo; erano ben conservati i loro rapporti con la parete tubarica e coll’embrione per cui la loro descrizione può essere di qualche interesse non solo per l'argomento speciale che stiamo svolgendo, ma ancora per que- stioni d’ordine più generale.
Nel pomeriggio del 5 dicembre 1890, io riceveva due ovaia con parte di tuba falloppiana, esportate due giorni prima dal collega ed amico CarLE all'Ospedale Umberto I. Nella salpinge di sinistra esisteva una gravidanza tubarica. Dalla storia clinica redatta e pubblicata dal dott. Fantino (Quattro casi di gravi- danza ertrauterina operati con successo dal dott. Carle. Ri- vista di Ostetricia e Ginecologia 1891, oss., 4°), togliamo i se- guenti dati, che possono avere interesse per il nostro studio.
Il preparato apparteneva ad una donna d’anni 38, la quale ebbe già 4 gravidanze normali. L'ultimo parto datava da 7 anni; l’ultima mestruazione avvenne in principio di settembre. Verso il 10 ottobre incominciarono sofferenze nella sfera genitale con me- trorragia, le quali portarono alla diagnosi di Emato-salpinge sinistra con perimetrite: nel mattino del 2 dicembre fu fatta la laparotomia la quale riescì felicemente.
Durante l'operazione si trovò la tuba di sinistra del volume di un grosso pollice intimamente aderente all’ovaia da un lato e' dall’altro al peritoneo, coll’intermezzo di un coagulo sanguigno di antica data, che esisteva all’imboccatura della tromba. Esa- minata più attentamente dopo l’operazione la tuba sinistra si trovò grossa, elastica e bluastra, non appariva rotta in alcun punto; l’estremità addominale era pervia e da essa sporgeva ed aderiva un coagulo in parte lacerato dalle trazioni. Aperta lon- gitudinalmente la tuba così ingrossata ne escivano alcuni grammi di un liquido citrino, essa racchiudeva un embrione; l’ovo sem- brava essere isolato dalle pareti della tuba, ed i suoi involucri erano cosparsi di numerosi punti emorragici.
Atti R. Accad. - Parte Fisica, ecc. — Vol. XXVII. 5
66 C. GIACOMINI
Io ebbi adunque il preparato tre giorni dopo l'operazione quando era già stata aperta la dilatazione che presentava la tuba sini- stra, ed era stata subito immersa nell’alcool del commercio.
Lo stato di conservazione era mediocre, le parti erano di- venute rigide per il rapido indurimento e non permettevano un esame accurato; l'apertura fatta interessava non solo la parete della tuba ma anche il sacco dell’ovo. Questo si modellava sulla superficie interna della tuba, aveva ineguale spessore e poteva essere snocciolato senza difficoltà mancando le aderenze per la massima estensione. Solo in un punto le aderenze si facevano ma- nifeste e questo corrispondeva all'ilo della tuba; il sacco del- l’ovo assumeva in questo punto il massimo spessore; l’incisione era stata fatta verso il margine libero della tuba, dove le pareti erano più sottili.
1l massimo diametro della dilatazione, era parallelo all’asse della tuba ed aveva l'estensione di centimetri 3,2.
Applicato alla parete posteriore sta l'embrione, il quale ad un primo esame si presentava coperto di depositi granulari ros- sastri, che difficilmente potevano essere rimossi. Esso non si di- mostrava di conformazione normale; ciò in parte poteva essere attribuito al metodo di conservazione, ma in special modo do- veva dipendere da un difetto da un arresto nello suo sviluppo. (Vedi. Fig. li. e 2°).
Si distingue nell'embrione una estremità. cefalica libera ed una caudale aderente, l'estremità cefalica più grossa non pre- senta incurvatura, è posta sulla stessa linea del tronco, e non si distinguono particolarità le quali dimostrino lo sviluppo degli organi cefalici. Sulla faccia anteriore del tronco si trova una sporgenza che poteva considerarsi come rappresentante della re- gione cardiaca od epatica. Il dorso e tutto il lato destro erano applicati sulle membrane e furono un po’ deformati nell’indu- rimento.
L'’estremità caudale è aderente alle membrane per mezzo di un cordone o meglio di una plica, la quale risulta formata da un sollevamento dell’Amnios, sotto del quale dovrebbero decor- rere gli elementi del funicolo ombellicale. La plica è lunga 5 mm. forma un angolo retto con l’asse dell'embrione e si dirige in avanti facendo inflessioni, le quali meglio si scorgono nelle se- zioni microscopiche.
Sulla medesima linea dell'asse dell'embrione la plica si pre-
ANOMALIE DI SVILUPPO DELL EMBRIONE UMANO 67
senta breve e robusta, e lega strettamente l'estremità caudale colle membrane. Per questa disposizione ne risulta che l’em- brione è abbastanza fisso, godendo solo di limitati movimenti di lateralità e non di rotazione. Non esiste nessun rudimento di - estremità.
L’embrione quindi è grandemente modificato nella sua con- formazione esterna è ridotto ad un informe tubercolo il quale solo per i suoi rapporti con le membrane può essere riferito ad una formazione embrionale. Anche la sua consistenza è poco pronun- ciata: e malgrado la sua superficie non dimostri in alcun punto traccie di distruzione, è certo però che esso non avrebbe tar- dato a scomporsi se avesse continuato a soggiornare nel seno materno.
L'embrione è orientato per modo che il suo asse è paral- lelo all’asse della tuba, l'estremità cefalica essendo rivolta verso il padiglione e la caudale verso l’utero.
La cavità nella quale si trovava racchiuso il prodotto era piut- tosto ampia. L’Amnios che la circoscriveva era intimamente le- gato con il Chorion. Non fu possibile di rinvenire i residui della vescicola ombellicale.
La parete della cavità dell’ovo si presentava con caratteri molto diversi dall’ordinario. All’esame, coadiuvato anche da lente d'ingrandimento, non si potevano distinguere particolarità le quali potessero essere riferite alle membrane d’origine fetale o ma- terna.
Questa parete innanzi tutto non aveva egual spessore in tutta la sua estensione. Nel punto ove l’ovo fu aperto era più sottile e, come abbiamo già detto, questo punto corrispondeva al mar- gine libero della tuba; la parte più robusta invece era in rap- porto col punto dove si distaccava il legamento largo e raggiun- geva lo spessore di 8 mm.
Il colore della sezione era nerastro: alla pressione si dimo- strava friabile; aveva tutto l’aspetto di un coagulo sanguigno, il quale ci mascherava ogni particolarità di struttura, e non era pos- sibile di distinguere il Chorion e le sue villosità. In alcuni tratti però in mezzo al fondo scuro spiccavano alcune piccole isole biancastre che l'esame microscopico ci dimostrerà costituire delle dipendenze del Chorion.
La faccia interna del sacco dell’ovo, quella che circoscriveva il liquido amniotico, nella massima parte della sua estensione
68 C. GIACOMINI
si presentava d’aspetto leggermente ondulato: per l’esistenza di piccoli. e regolari sollevamenti divisi da superficiali solchi. I sol- levamenti apparivano di colore bluastro, e. corrispondevano a spazi pieni di sangue che il Chorion e l’Amnios limitavano verso la cavità amniotica.
La faccia esterna del sacco dell’ovo, regolarmente convessa, era in gran parte libera ed indipendente, contigua con la mu- cosa della parete tubarica. Essa si presentava di un colore gri- giastro come se fosse coperta da una membrana abbastanza ro- busta ed un po’ rugosa nella sua superficie libera, intimameute aderente alle parti sottostanti, la quale aveva l’aspetto di. una membrana mucosa, e si continuava in realtà colla mucosa tu- barica attorno al punto ove l’ovulo aderiva strettamente. colla parete della tuba.
Esaminando un po’ attentamente con lente d’ingrandimento questo punto di passaggio, si trova che non solo. vi esiste con- tinuità fra la mucosa e la membrana che riveste il sacco del- l’ovo, ma anche le pliche, così caratteristiche della mucosa tubarica e che sono ancora ben sviluppate e numerose nel nostro esemplare, appariscono anche sulla superficie del sacco dell’ovo, in quel tratto almeno più vicino al punto di sua inserzione.
La parte che era fissa alla parete della tuba non era molto estesa, per cui tutto l’ovo godeva di una certa mobilità entro la cavità della tuba. che lo racchiudeva. Questa parte non poteva essere ben studiata che per mezzo di sezioni microscopiche e cor- rispondeva all’ilo della tuba.
La dilatazione della tuba che conteneva l’oyo, aveva anche essa le pareti più. sottili verso il margine libero e più robuste verso il margine aderente. La mucosa in tutta la parte che era semplicemente applicata all’ovo, aveva caratteri che ricordavano la condizione normale.
Le -pliche erano solo più strettamente applicate fra loro; per la compressione che avevano subito nell’ingrandimento dell’ovo, ma la superficie mucosa non era per nulla, modificata e . non esisteva nessuna formazione che potesse essere. paragonata alla decidua.
Già adunque da questo primo esame il nostro preparato pre-. sentava disposizioni speciali le quali meritavano d’essere più at- tentamente studiate. Oltre. all’arresto di sviluppo dell’embrione, si trovano variazioni nella costituzione delle membrane che. cir-:
——_op
ANOMALIE DI SVILUPPO DELL'EMBRIONE UMANO 69
condano l’ovo, principalmente in quelle d'origine materna. Non poteva essere distinta una decidua diretta; la decidua riflessa se poteva considerarsi come rappresentata da quella membrana la quale era aderente alla superficie esterna del sacco, essa si allontanava grandemente, nel suo modo di comportarsi, da quanto si osserva nella ordinarie gravidanze uterine.
Le ovaie si presentavano normali: il corpo luteo della gra- vidanza esisteva nell’ovaia dello stesso lato della gravidanza tu- barica.
Dopo aver soggiornato ancora per qualche tempo nell’alcool furono studiati microscopicamente diversi punti della tuba e della parete del sacco dell’ovo. Quest'ultimo presentava serie difficoltà, per la sua durezza e friabilità ad essere convenientemente e re- golarmente sezionato in larghi tratti, e le sezioni non riescirono perfettamente colorite. Ciò malgrado i preparati erano adatti a dimostrare le più importanti particolarità di struttura e i rapporti topografici delle diverse parti. Incominciamo lo studio microscopico dell'embrione.
Embrione.
L’embrione fu sezionato insieme al tratto della parete del sacco dell’ovo sulla quale veniva ad impiantarsi il cordone o me- glio la plica ombellicale, ed in tal modo furono ben precisate le relazioni che essa plica aveva con le membrane d’origine fetale.
Queste sezioni sono ancora convenientissime per dimostrare i rapporti intimi che esistono fra le membrane ovariche di ori- gine fetale e quelle di origine materna. La plica ombellicale si continuava con la parete dell’ovo, in un punto in cui questa si presentava libera di aderenze con la tuba, quindi le sezioni comprendono tutto lo spessore della parete del sacco ovarico ; e questo è uno dei più favorevoli per uno studio attento delle diverse parti. Tutto il preparato prima d'essere incluso in paraffina fu colorito in totalità col borace carmino.
L'embrione fu compreso in oltre 500 sezioni, lo studio SE quali è di scarsa utilità per il nostro argomento. L’embrione in tutta la sua estensione è invaso da un processo di atrofia, il quale è più avanzato di quello che abbiamo descritto nelle pre- cedenti comunicazioni (Oss. II e III). Tutti gli elementi costi- tutivi sono PRESA alterati, nessuno si trova in condizioni normali.
70 C. GIACOMINI
Ciò malgrado essi possono essere ancora distinti riguardo alla loro provenienza. Le dipendenze dell’ectoderma si sono me- glio conservate. Tutta la superficie dell’embrione è limitata da un unico strato di cellule fortemente appiattite con nucleo a ba- stoncino piuttosto colorito, il quale cirappresenta la lamina cornea. In molti punti essa si distacca dalle parti sottostanti ed ap- pare allora sotto forma di un finissimo nastro trasparente sparso regolarmente da nuclei. Il sistema nervoso centrale è ancora distinguibile ma in completa rovina. Gli elementi qui sono più stipati che non nel mesoderma, ed i nuclei più intensamente co- loriti. Anche la corda dorsale in alcuni tratti può essere rico- nosciuta e seguita.
L’estremità cefalica è solamente distinta per il maggior vo- lume che assume la parte che rappresenta il sistema nervoso centrale ; del resto non si osservano nessuna delle particolarità così caratteristiche di questa regione. Nè esistono rudimenti di ve- scicole oculari ed uditive; nè si riscontra traccia dell’apparato branchiale. [féh
Venendo più caudalmente si notano degli accumuli di cel- lule tutte profondamente guaste, che potrebbero essere interpre- tati per qualcuno dei visceri che vanno svolgendosi dal mesoderma o entoderma, ma uno studio attento di essi non ci condurrebbe ad alcun risultato.
Merita però d’essere accennata la mancanza di vasi san- guigni nell’interno dell'embrione, e la nessuna traccia - di rudi- mento cardiaco. Il disturbo nello sviluppo in questo nostro caso, avvenne senza dubbio nel mentre il canale midollare si rendeva indipendente dalla lamina cornea, e nel momento in cui. inco- minciava lo sviluppo del sistema vascolare.
Il mancato sviluppo dei vasi sanguigni, tanto nell’ embrione quanto negli annessi fetali, è forse la causa principale delle ano- malie di sviluppo che stiamo studiando, e la condizione in cui si trovava l’ovo lontano dalla sua sede naturale contribuì certo a produrre questo difetto nello sviluppo.
Verso l’estremità caudale le sezioni comprendono il funicolo ombellicale.
Esso non si origina dalla faccia ventrale dell’embrione, ma dalla sua estremità caudale formando quasi Ja continuazione di essa.
Incomincia a comparire la parte embrionale del cordone e questa si presenta dilatata a guisa di imbuto, e gli elementi
ANOMALIE DI SVILUPPO DELL'EMBRIONE UMANO 71
dell'embrione sembrano prolungarsi per un certo tratto entro il funicolo ; segue quindi l'estremità che si continua con le mem- brane e qui appare più ristretto. Nel complesso si presenta ab- bastanza lungo paragonato collo sviluppo dell'embrione e descrive una brusca inflessione come si scorge nella fig. 3°.
La sua costituzione è molto semplice. È rivestito alla sua superficie esterna da un unico strato di quei medesimi elementi che rivestono la superficie dell'embrione e che verso le mem- brane si continuano con l’epitelio dell’Amnios. Se non che ac- compagnando queste cellule epiteliali dall’embrione all’Amnios, tutto lungo il cordone, si tien dietro alle modificazioni che esse subiscono per divenire un epitelio normale ed attivo, che è ap- punto quello che riveste la superficie libera dell’Amnios. Le cel- lule si presentano meno appiattite, più avvicinate fra loro, i nu- clei meglio evidenti e rotondeggianti.
L'epitelio nel cordone & sostenuto da uno strato più o meno robusto di tessuto connettivo lasso di provenienza mesodermale. Questo tessuto riempie tutto il cordone ombellicale. Nel punto più dilatato in vicinanza dell'embrione la parte centrale è vuota come se lo spazio fosse stato occupato da un liquido, che non ha lasciato residuo. Nella costituzione del cordone manca quindi la parte più essenziale che sappiamo essere formata dai vasi sanguigni, dal canale vitellino e dal canale allantoideo. Non esiste la minima traccia di questi organi, e non possiamo nemmeno dire se tutti si siano realmente sviluppati nel nostro embrione.
Quindi l’embrione è legato alle sue membrane da cui deve trarre i materiali per il suo accrescimento solamente per la for- mazione dell’Amnios, la quale non ha alcun significato nutritivo. In ciò sta forse la causa prima di una gran parte di anomalie di sviluppo che avvengono nelle primissime fasi.
Ammnios e Chorion.
Continuando a studiare la sezione, la quale è rappresentata nella fig. 3*, noi vediamo il modo con cui si presenta costituita la parete del sacco ovolare nel tratto in cui esso non contrae aderenze con la tuba e troviamo che le membrane nei loro rap- porti e nella loro costituzione si avvicinano grandemente a quanto noi sappiamo esistere nelle condizioni normali. Le variazioni sa- ranno rilevate nel descrivere i diversi strati. Intanto se noi par-
72 €. GIACOMINI
tendo dalla faccia interna procediamo verso l'esterno, troviamo le seguenti parti:
1° L’Amnios; 2° il Chorion colle sue villosità, poi 3° ampie lacune sanguigne nelle quali sono immerse una parte delle vil- losità choriali ; quindi un 4° strato più o meno esteso di strut- tura un po’ difficile a potersi ben definire, il quale comprende qua e là villosità del Chorion modificate però nella loro costituzione (infarti e stravasi sanguigni): e finalmente un ultimo strato che forma il rivestimento esterno del sacco dell’ovo e che anch’esso è di non facile interpretazione.
Diciamo brevemente delle particolarità che presentano gli strati che siamo andati enumerando.
L’Ammnios è ben distinto in tutta l’estensione del sacco, la sua costituzione è normale. Esso è strettamente applicato al Cho- rion per modo che non è possibile di stabilire i limiti tra il tes- suto mesodermale appartenente all’una e all’altra membrana. È scomparso completamente lo spazio Amnio- Choriale. Ho fatto spe- ciale attenzione se in questo tessuto si trovassero resti del ca- nale vitellino come furono riscontrati nella Oss. III (vedi Tav. IIJ, fig. 5) ma il risultato fu completamente negativo (Fig. 3%, 1 e 2).
Il Chorion forma uno strato sottile che conserva pressochè uguale spessore in tutti i punti in cui fu esaminato. Il suo tes- suto. mesodermale ba l’identica disposizione di quella dell’Amnios e manca completamente di vasi sanguigni. Il suo rivestimento epiteliale ben distinto e ben colorito si presenta diversamente secondo i punti in cui lo esaminiamo. Là dove il Chorion colla sua faccia esterna corrisponde a lacune sanguigne, come in tutta la parte sinistra della fig. 3° l’epitelio si presenta nella sua pienezza di sviluppo. Non solo forma uno strato continuo e regolare, ma in moltissimi punti le cellule epiteliali si raccol- gono in gruppi di quattro, otto ed anche di numero maggiore, i quali sporgono sulla superficie del chorion sotto forma di bot- toni o germogli, che ci rappresentano la prima origine delle vil- losità, siccome venne descritto da diversi autori. Qui adunque il Chorion per la sua costituzione e per i suoi rapporti deve essere considerato come normale.
Ma la superficie esterna del Chorion per grande estensione corrisponde a stravasi sanguigni, avvenuti in epoca più o meno lontana oppure a stratificazioni d’aspetto fibrinoso (infarti bianchi) (vedi Festremità destra della fig. 3 4). E mentre in questa loca-
ANOMALIE DI SVILUPPO DELL'’EMBRIONE UMANO 73
lità le preparazioni microscopiche sono rese più difficili e meno dimostrative, il Chorion si presenta pure profondamente modifi- cato. Lo strato ectodermale non si mostra più continuo, ma inter- rotto qua e là, gli elementi epiteliali sono alterati nella loro forma e disposizione, il nucleo intensamente colorito non dimo- stra qui nessuna struttura, finchè si arriva in punti in cui il Chorion col suo tessuto mesodermale sembra far corpo con le parti soprastanti senza l’interposizione di un rivestimento epite- liale. Qui senza dubbio ci troviamo in presenza di condizioni morbose le quali furono quelle che cagionarono le alterazioni del Chorion e la scomparsa del suo epitelio.
E siccome questi fatti si riscontrano su larghi tratti della superficie dell’ovo, oltre alle alterazioni anatomiche dovevano pro- durre gravi disturbi funzionali.
Identiche disposizioni si osservano sulle dipendenze del Chorion, voglio dire sulle sue v/l/osità. Queste, siccome ho già notato, non potevano essere ben scorte macroscopicamente essendo ma- scherate in gran parte dagli infarti, solo erano rese ben mani- feste dalle sezioni microscopiche.
Esse sorgevano su tutti i punti del Chorion e pressochè in eguale sviluppo. Alcune ramificate ed altre semplici. Dalla se- zione furono colpite in diverso senso. Esistevano su tutta l’esten- sione del preparato, più numerose vicino al Chorion, ma non mancavano anche vicino alla superficie esterna del sacco dell’ovo. Le une apparivano ancora legate al Chorion; altre invece erano completamente isolate. Questo loro modo di presentarsi e questa distribuzione non si allontanava gran fatto da quanto si osserva ordinariamente. Il Chorion non poteva ancora distinguersi in una porzione liscia ed in una porzione frondosa. .
Studiando poi la costituzione delle villosità si trovarono dif- ferenze essenziali paragonando l’une colle altre. Le villosità che sorgendo dal Chorion si spingevano nelle lacune sanguigne erano quelle che si presentarono tipicamente costituite tanto nella loro parte fondamentale, quanto nel loro epitelio di rivestimento (Fig. 5° Vi.).
Questo in principal modo merita un cenno speciale. In molte villosità, in quelle principalmente che non avevano incontrato osta- coli nel loro sviluppo, l’epitelio era disposto in un duplice strato in modo che non si potrebbe meglio dimostrare.
Lo strato cellulare esterno è più sottile, i nuclei più inten-
74 C. GIACOMINI
samente coloriti sono schiacciati perpendicolarmente alla superficie del villo; i limiti cellulari non sono distinti; forma come un orlo che divide il villo dal sangue contenuto nelle lacune senza l’in- terposizione di altri elementi formativi.
Il rivestimento interno più delicato, è formato anch’esso da un solo ordine di cellule ben individualizzate, con nuclei volumi- nosi ovali disposti perpendicolarmente alla superficie della vil- losità e meno coloriti.
I due strati si dimostrarono indipendenti fra loro ed indi- pendentemente dal tessuto mesoderma!le del villo; poichè in al- cuni punti essi apparivano, per difetto nella preparazione, isolati per una certa estensione. La figura 5° disegnata ad un maggiore ingrandimento, dimostra le cose che siamo andati descrivendo. Essa rappresenta una parte della villosità della fig. ©*, ma in sezioni più inferiori (e-2°).
In alcune villosità, comè in quella disegnata nella fig. 3* i due strati cellulari potevano essere seguiti fino al punto in cui esse si impiantavano sul Chorion, ed in allora si scorgeva che era il 2° strato cellulare quello che si continuava con le cellule che rivestivano il Chorion, per cui esso rappresentava la vera parte ectodermale del villo. Lo strato esterno non poteva essere seguito, nè ben dimostrato sul Chorion; l’origine sua deve essere diversa, come pure differente sarà il suo significato.
Sono ben note le discussioni che si sono fatte sulla esi- stenza di un secondo strato epiteliare del villo, e sulla interpre- tazione ad esso data dai diversi autori.
Perciò che concerne la gravidanza tubarica, questa disposi- zione fu notata non di rado; e recentemente il Gunsser (Ueber einen Fall von Tubarschwangerschaft, ein Beitrag zur Lehre von den Beziehungen zwischen den Chorionzotten und deren Epithel zu dem miitterlichen Gewede. - Centralblatt Allg. Pathologie, 15 marzo 1891) la descrive pure in un caso da lui osservato, facendo provenire lo strato esterao dall’ epitelio della mucosa tubarica alterato. Se nella nostra osservazione il duplice strato epiteliale del villo non può essere messo in dubbio , tanto esso si presenta chiaro ed evidente, non possiamo dir nulla di preciso riguardo alla sua provenienza.
Intanto se noi portiamo la nostra attenzione sopra le vil- losità che si trovano incluse in mezzo a coaguli sanguigni o meglio ancora le altre che stanno fra strati di fibrina canaliz-
ANOMALIE DI SVILUPPO DELL'EMBRIUNE UMANO va
zata (infarti), noi troviamo che le cose sono di molto modifi- cate. In questi siti i villi si trovano in rapporto con parti le quali non dimostrano alcuna organizzazione, e finiscono anche essi per essere alterati e distrutti. La parte che si risente mag- giormente si è l’epitelio.
Esso in molte villosità è completamente scomparso, in altre è in via di distruzione osservandosi solo detriti cellulari alla periferia del villo. In alcuni punti si può quasi tener dietro al processo di distruzione e di scomparsa dell’ epitelio. Così nella fig. 3 in g si trova una villosità la quale in parte fu colpita in senso longitudinale. Ora un tratto di questa villosità si trova compreso in un tessuto in via di disorganizzarsi, e questa è af- fatto spoglia di rivestimento epiteliale, mentre il tratto più cen- trale, sembra sporgere liberamente nell’interno di una lacuna sanguigna e conserva il suo epitelio nel modo sopradescritto. ll punto di passaggio fra l’uno e l’altro tratto si opera in modo abbastanza brusco.
Le villosità spoglie del loro epitelio, sono solo ricono- scibili dal loro tessuto mesodermale, il quale sembra non aver risentito così grandi modificazioni, ed esse compaiono e spiccano sotto forma di isole scolorite in mezzo ad un fondo leggermente tinto in rosso. Tutto ciò non si allontanerebbe grandemente da quanto si osserva nella placenta uterina.
Ora la scomparsa dell’epitelio delle villosità nelle ‘regioni so- praccennate è diversamente spiegato. Alcuni ammettono che ciò avvenga per compressione della villosità involta dal tessuto deci- duale intervilloso degenerato. Ma se ciò fosse, l’azione meccanica dovrebbe innanzi tutto e maggiormente far sentire la sua azione sul tessuto mesodermale del villo che è più delicato e meno resistente.
Invece nei nostri preparati lo stroma del villo non si pre- senta grandemente modificato. Per cui è più razionale di am- mettere che il villo non sia completamente passivo in questo fe- nomeno, ma che esso dipenda piuttosto da una alterazione o trasformazione del suo epitelio.
Questa idea sarebbe avvalorata dal fatto che le villosità che ho riscontrato in mezzo a stravasi sanguigni, le quali furono evi- dentemente soggette a forte e prolungata compressione, esse si di- mostravano alterate tanto nel loro epitelio quanto nel loro stroma.
Di più in alcune poche villosità si può sorprendere il processo nel mentre si inizia. Si trovano infatti villi che sembrano pres-
76 C. GIACOMINI
sochè normali ad un piccolo ingrandimento, solo dimostrano un po’ di irregolarità nel loro epitelio di rivestimento. Ma atten- tamente esaminando con mezzi più adatti si trova che il villo incomincia ad essere circondato da depositi fibrinosi, i quali al- terano l’epitelio, senza che questo abbia a subire pressioni dal- l'esterno. Si hanno immagini le quali ricordano le figure date da alcuni autori, e in special modo da M:inot nel suo interes- sante lavoro Uterus and Embryo.
In tutte le villosità, sotto qualunque forma esse si presen- tassero, mancavano completamente i vasi sanguigni.
Se si fa astrazione da quest’ultima circostanza, la quale è in rapporto. col modo di presentarsi dell’ embrione, nel resto il Chorion ha disposizioni identiche a quelle che furono trovate nelle gravidanze uterine.
Subito al di fuori del Chorion ed in molti punti della super- ficie del sacco ovolare, si trovano lacune sanguigne abbastanza ampie, nelle quali il sangue doveva liberamente circolare. Si è in corrispondenza di questi punti che il Chorion si presenta nelle migliori condizioni fisiologiche (Fig. 5%, 4).
Ho cercato invano l’esistenza di una parete propria endote- liale che limitasse questi spazi lacunari sia verso la superficie del Chorion e delle sue provenienze, sia verso l'esterno. Le villosità immerss in queste lacune, erano bagnate direttamente dal sangue, senza l’iuterposizione di alcun rivestimento, che non fosse quello che abbiamo veduto appartenere al villo.
Le lacune sanguigne così disposte prendevano una parte non troppo grande alla formazione del sacco dell’ovo. La parte mag- giore era costituita da stravasi sanguigni che erano generalmente sparsi e formavano il grande spessore della parete, e dei così detti infarti bianchi, o punti necrotici che rappresentano parti degene- rati della decidua, e che trovandosi frequentemente nelle ordi- narie placente non è ancora ben stabilito se debbono conside- rarsi come disposizioni normali o di natura patologica.
In ogni caso però la funzionalità del villo è completamente abolita nè è possibile che essa venga ristabilita. Di queste for- mazioni basterà il sopradetto, non potendo dal nostro caso trarre maggiori schiarimenti.
Completiamo lo studio del sacco ovarico dicendo della sua superficie esterna. Già all’ esame microscopico abbiamo notato
ANOMALIE DI $VILUPPO DELL'EMBRIONE UMANO DI
come tutta la superficie libera dell’ovo apparisse rivestita da una membrana, la quale nel punto d’inserzione alla tuba, sembrava continuarsi con la mucosa tubarica. L'esame delle sezioni con- ferma pienamente questo trovato. Tutta la superficie esterna del sacco dell’ovo è rivestita da un solo strato di cellule fortemente colorite, disposte a guisa di un epitelio. Malgrado gli elementi non siano normalmente costituiti, ciò nondimeno sì può benis- simo scorgere come essi siano di forma cilindrica e disposti per- pendicolarmente alla superficie che rivestono. Con maggiori o minori modificazioni questo strato fu riscontrato in tutti i punti della capsula dell’ovo in cui essa fu esaminata (Fig. 8*, 7).
Serviva di sostegno a queste cellule epiteliari uno strato robusto di tessuto connettivo abbastanza compatto, di aspetto fibrillare, nel quale, oltre ai soliti elementi si trovavano cellule rotonde in discreta quantità, ed altre fusiformi con nucleo molto al- lungato, le quali più che al tessuto connettivo sembravano ap- partenere al muscolare liscio. Non esistevano vasi sanguigni, e non si trovarono elementi che potessero essere paragonati alle cellule deciduali (6).
Colla sua faccia interna andava insensibilmente confonden- dosi con le altre formazioni del sacco ed in specie con gli in- farti bianchi o. necrotici.
Epitelio e strato connettivo nel loro complesso formavano adunque una specie di membrana la quale poteva considerarsi come una continuazione e modificazione della mucosa tubarica,
Gli studi di confronto appoggiano questa idea, e volendo però meglio accertarmi di questa circostanza che non è certo priva d’ interesse per il nostro argomento, ho fatto sezioni in corrispondenza del punto in cui l’ ovolo prendeva inserzione sulla tuba, e nella profondità del solco che esiste fra l'uno e l'altra, non si scorge nessuna interruzione fra la mucosa tuba- rica, quì già sensibilmente modificata, e la membrana che ri- veste l’ovo: anzi sul primo tratto di questa si notano delle gracili ma vere pliche che distinguono in sommo grado la mu- cosa della tuba.
Adunque resterebbe ben stabilito che la superficie esterna dell’ovo anzichè da una formazione deciduale (riflessa) sarebbe rivestita da tutti gli elementi della. mucosa tubarica, d’ al- quavto modificati per adattarsi all’ ingrandimento che subiva l’ovo. Se tutto ciò risulta chiaro dall’esame dei nostri prepa-
78 C. GIACOMINI
rati, non è però di facile spiegazione. Non è infatti facile a comprendere il modo con cui si è formato questo rivestimento più esterno della superficie dell’ovo.
L’ipotesi la più accettabile, la più razionale, sarebbe quella di supporre che l’ovolo al suo principio si sia annidato nello spazio circoscritto da due pliche «della mucosa tubarica. La parte che guardava il. fondo di questo spazio assumeva delle aderenze strette colla parete della tuba, e da quì come ve- dremo, traeva in principal modo, i materiali per il suo acere- scimento; nel resto della sua superficie esso veniva abbracciato dalle pliche della mucosa, le quali lo rivestivano in tutta la sua estensione, si confondevano e compartecipavano alla formazione - delle membrane.
Adottando quest’ipotesi, rigorosamente parlando, non esiste- rebbe superficie libera dell’ovo; ciò che noi abbiamo considerato come tale, non sarebbe che la faccia esterna delle pliche entro le quali si svolgeva l’ ovo. La faccia esterna delle pliche mal- grado le modificazioni subite per il distendimento e forse anche per disturbi di nutrizione, ha conservato però sempre i carat- teri della mucosa tubarica, mentre la faccia interna delle pliche, quella che si trovava in rapporto diretto dell’ovo si è trasfor-. mata in decidua e sì è messa in rapporto intimo con le villo- sità del Chorion, el ha dato origine a gran parte delle partico- larità che abbiamo veduto costituire la parete del sacco ovolare. Questa interpretazione è anche in armonia con quanto sì osserva sulla tuba nel punto in cui essa è dilatata dal prodotto del concepimento e che studieremo a momenti.
Stando le cose in questi termini, si vede già da questo fatto come le condizioni in cui si sviluppa l'ovulo nella tuba siano un po’ diverse da quelle dell'utero; e se il processo può consi- derarsi come identico nella sua parte fondamentale, esso varia però grandemente nella esecuzione; e come non sia sempre possibile di poter fare confronti per trarre deduzioni o rischiarimenti.
La possibilità che l’ovo fecondato resti compreso fra due pliche della mucosa tubarica era già stata accennata da Leopold (1)
(1) Tubenschwangerschaft mit dusserer Ueberwanderung des Eies und consecutiver Hamatocele retrouterin. Dott. GenHaRD Leopold. Archiv jùr Gy- nàh:logie . Vol. 10.
ANOMALIE DI SVILUPPO DELL'EMBRIONE UMANO 79
fin dal 1877 e più recentemente da X/e:n (1) (1890); ed era stata messa avanti questa ipotesi in special modo per dar spie- gazione di alcune osservazioni le quali sembravano contradire a quanto era generalmente ammesso sul modo di comportarsi delle membrane materne nella gravidanza tubarica.
La maggioranza degli autori antichi e recenti sono infatti d'accordo nel considerare come carattere distintivo della gravi- danza tubarica, la mancanza di una decidua riflessa. Ora il Wert (2), il Wenckel (2) ed il Frommel (4) hanno riferito casi nei quali è descritta e figurata una decidua riflessa. Ma nè la descrizione nè il disegno furono sufficienti a produrre nell’animo di tutti il convincimento che si tratti qui Ci una vera formazione deciduale; e lasciano aperto il campo ad altre interpretazioni.
Il nostro trovato sarebbe più dimostrativo sopra questo pro- posito , poichè realmente su tutta la superficie dell’ ovo esiste una membrana d’origine materna, la quale non solo partecipa alla costituzione della parete del sacco, ma di certo ha som- ministrato anche materiali alle formazioni che si trovano situate sotto di essa. E forse alcuno potrebbe andare tant’oltre da. ri. conoscere nello strato esterno dell’ epitelio della villosità, una provenienza dell’ epitelio che rivestiva la faccia ovolare delle pliche della mucosa tubarica nel mentre esse si adattavano all’ovo che andava ingrandendo.
Ma facendo astrazione da tutto ciò, che non può essere in alcun modo dimostrato, resta sempre la domanda se questo rivestimento materno costituisca una vera decidua riflessa nello stretto senso della parola, vale a dire quale noi la riscontriamo nell’utero. Non crediamo che ciò sia. Già il Leopold scriveva : Possono nei primi tempi le pliche minime della mucosa della : tuba coprire l’ovo fecondato formando per così dire una riflessa subitanea: più in là però non esisterà una vera riflessa nè si formerà nel senso della riflessa uterina mediante prolifeazione. della decidua vera. Un appoggio a questo nostro modo di vedere
(1) Zur Anatomie der schwangeren Tube, von Gustav KLEIN. Zettschrift fur Geburtshùlfe und Gyndakologie. XX Band, 2 Heft, pag. 288.
(2) ScHRoEDER, Lehrbuch der Geburtshiilfe. - Elfte Auflage. Bonn 1891; edizione fatta da ALsHAaUsEN e WeEIT.
(3) Wincget, Lekrbuch der Geburtshùlfe. Leipsig 1889.
(4) Zur Therapie und Anatomie der Tubenschwangerschaft; prof, Richard FromMeL. Deutsches Archiv fur Klinische Medicin. Leipsig, 1888, Band 42,
80 C; GIACOMINI
lo avremo studiando più avanti le condizioni in cui si trova la mucosa della tuba che non è in diretto rapporto con l’ovo.
Un ovolo che si sviluppa in queste condizioni presenta delle strette affinità con quanto si osserva in molti mammiferi dove manca una decidua riflessa ed il prodotto resta subito circon- dato dalle pareti uterine.
Ben inteso che tutto quanto siamo andati dicendo, si applica al caso nostro speciale e non può essere generalizzato a tutte le gravidanze tubariche, le quali presentano forse troppe varietà per essere ricondotte ad unità di tipo.
Vediamo ora le condizioni in cui si trovavano le due tube di Falloppio, che furono attentamente esaminate. Furono fatte sezioni trasversali complete della tuba del lato non gravido in vicinanza al punto in cui essa fu divisa dall’utero: — e: della tuba del lato gravido verso la sua estremità uterina dove non esisteva le gravidanza; — fu esaminata in diversi punti la parete della tuba là dove si presentava distesa, libera e abbracciava il prodotto del concepimento; e finalmente furono fatti preparati della tuba nella località in cui aderiva 1’ ovo, comprendendo nelle sezioni anche parte delle pareti di questo.
La tuba del lato opposto alla gravidanza si presentava in condizioni perfettamente normali, sia per rispetto al modo con cui si comportavano le ricche pieghe della mucosa, come per la conservazione del suo epitelio cilindrico-vibratile. Questi prepa- rati erano preziosi come termini di confronto.
La tuba del lato destro non partecipava per nulla ai feno- meni che si svolgevano nel lato opposto. Ciò si accorda com- pletamente con le osservazioni che vennero fatte durante la gravi- danza ordinaria, essendosi le tube dimostrate indifferenti.
Le sezioni della tuba gravida fatte pressochè nello stesso punto dove fu esaminata la destra, vale a dire in vicinanza del punto dove il chirurgo praticò l’ incisione, mostravano alcune differenze. Queste consistevano in un maggior spessore delle pa- reti dovuto ad un aumento della tonaca muscolare tanto rello strato longitudinale che circolare.
Il lume del canale si presentava più ristretto e la disposi zione delle pliche della mucosa men ricca e complicata: si poteva dire che le pliche raggiungevano il massimo di complicazione nella tuba non gravida e il massimo di semplicità nella gravida.
ANOMALIE DI SVILUPPO DELL’EMBRIONE UMANO 81
L'epitelio di rivestimento della mucosa era però normale. I vasi sanguigni erano più voluminosi e più numerosi nelle pareti della tuba gravida. Non ho riscontrato alterazioni della mucosa tubarica le quali potessero essere considerate come elemento ezio- logico della gravidanza.
Là dove la tuba era dilatata per la gravidanza, essa aveva le pareti diversamente sviluppate. Queste si comportavano come le pareti del sacco ovolare, raggiungevano grande sottigliezza verso il margine libero ed andavano ingrossando quanto più si procedeva verso l’inserzione peritoneale. Verso il margine libero della tuba tutto era disposto per una rottura delle pareti, la quale non sarebbe tardata ad avvenire senza l’intervento oppor- tuno del chirurgo.
All’esame microscopico la mucosa si presenta con caratteri pressochè normali, vale a dire che da essa sorgevano pliche, le quali si comportavano come d’ordinario; se esse apparivano più distanti fra loro, meno numerose e più delicate, ciò era senza dubbio dovuto al forte distendimento che ha provato la mucosa per adattarsi all’accrescimento dell’ovo (Fig. 4 T.).
Il corpo della mucosa e delle pliche era ricco di cellule giovani. Scarsi. e poco sviluppati erano i vasi sanguigni. Nello spessore delle pliche erano però meglio evidenti che non nello strato normale.
Tutta la superficie della mucosa e delle pliche era rivestita da un unico strato di cellule cilindriche vibratili. L’epitelio man- cava in nessun puoto. Volendo essere rigorosi, si potrebbe dire che esso era un po’ meno regolarmente disposto, meno alto, con nucleo più intensamente colorito: e ciò si scorgeva non in corri- spondenza delle parti che erano più esposte alla pressione, come all'estremità delle pliche, ma in special modo nella profondità dei seni e di quei spazi che stavano alla base delle pliche. Non in tutti i punti era possibile di scorgere bene e distintamente le ciglia vibratili. E ciò deve essere attribuito in parte al metodo di conservazione, ai depositi granulari che esistevano alla super- ficie della mucosa, e che disturbavano l’osservazione, ed un po’ anche allo spessore delle sezioni.
Qualunque siano per essere queste variazioni delle cellule epiteliali, il fatto essenziale a notarsi si è che l’ epitelio era presente in tutta l’ estenzione della. mucosa, e non solo accen- nava a scomparire, ma non era grandemente modificato dalla presenza dell’ovo.
Atti R. Accad, - Parte Fisica, ecc. — Vol, XXVII, 6
82 C. GIACOMINI
Forse. se la gravidanza avesse progredito, modificazioni più essenziali sarebbero avvenute più tardi, ma intanto le cose si presentavano in modo da non lasciar quasi sospettare dei feno- meni che si andavano svolgendo nella cavità della tuba.
Questa osservazione non sarebbe quindi d’accordo con quanto sarebbe stato trovato da altri autori, i quali non solo dicono che l’epitelio cade completamente ma che si forma dalla mucosa una vera decidua. Il Langhans (1) che fu uno dei primi a ben studiare la gravidanza tubarica scrive: « Su tutta la faccia in- terna della parte allargata della tuba si forma mediante pro- lificazioni della mucosa una membrana simile alla decidua molto iniettata e che presenta un aspetto retiforme. » i
Ed il Klein (loc. cit.) che più recentemente ha descritto un caso di gravidanza della tuba dice: Nella parte gravida l’epitelio tubarico scompare quasi completamente, più tardi proprio com- pletamente. In ciò sono d’accordo tutti i ricercatori.
La nostra osservazione sarebbe anche non conforme a quanto venne generalmente riscontrato nell'utero gravido. Mentre nel- l'utero della donna e di animali sì trovano già essenziali modi- ficazioni nella sua mucosa prima che l’ovo vi giunga, e queste modificazioni persistono e si esagerano anche quando l’ovulo si è fermato e si sviluppa in altro punto delle vie genitali, nel nostro caso invece la mucosa della tuba pare quasi non accor- gersi della presenza di un ovo che ha già raggiunto un certo volume; e le poche particolarità riscontrate possono avere una spiegazione meccanica.
Nel punto in cui l’ ovo aderiva alla tuba, non solo l’ epi- telio ma tutta la mucosa era completamente scomparsa. Solo alla periferia persisterano degli spazi più o meno regolarmente circolari, . rivestiti da epitelio cilindrico in via di distruzione i quali corrispondevano alla base delle pliche mucose.
Al posto della membrana mucosa si trovava una vera for- mazione deciduale, la quale in alcuni tratti risultava quasi esclusivamente costituita dai soliti elementi cospicui, nucleati , di forma poligonale, disposti in diversi strati o riuniti in cu- muli. La parete del sacco dell’ovo mancava del rivestimento più esterno che abbiamo caratterizzato come mucosa, e si confon-
(1) Coxrap und LangHans, Tubarschwangerschaft Ueberwanderung des Eies. Archiv fiir Gynokologîe, Bd. 1X, 1876.
ANOMALIE DI SVILUPPO DELL'EMBRIONE UMANO 83
deva nel resto colla tuba, per modo che se la sezione non cor- rispondeva ai margini del punto aderente, non era possibile di distinguere i limiti fra le due formazioni. Le villosità del Chorion potevano essere seguite fin contro le pareti della tuba, e le loro estremità si vedevano mettersi in rapporto od essere circondate dalla formazione deciduale. Nello spessore della tonaca musco- lare si notavano cospicui vasi sanguigni pieni di sangue, alcuni molto dilatati e ridotti al loro rivestimento endoteliale. Non ho potuto ben riconoscere il rapporto tra questi vasi sanguigni e le lacune riscontrate nelle pareti del sacco, malgrado essi fos- sero i portatori di sangue alle pareti del sacco ovolare. In questo punto i preparati microscopici riescivano di più difficile esecuzione per il forte stravaso di sangue.
Abbiamo creduto meritevole di uno studio speciale, l’osser- vazione sopradescritta.
1° Perchè la tuba ed il sacco dell'ovo erano ancora in- tatti quando essi furono esportati dalla cavità addominale. Nella grande maggioranza dei casi di gravidanze tubariche, la rottura avviene molto tempo prima che il chirurgo intervenga e quindi molti particolari non possono essere ben precisati.
2° Per l’esistenza dell'embrione: generalmente esso manca o perchè fu assorbito o perchè andò perduto e quindi rara- mente furono ben studiati i suoi rapporti colle membrane che circondano l’'ovo.
3' Perchè l embrione era in uno stato atrofico. Nelle gravidanze tubariche, molto più frequentemente che non in quelle uterine si riscontrano arresti o disturbi di sviluppo del- l'embrione. Ciò evidentemente avviene perchè la formazione de- ciduale che ha scopo eminentemente nutritivo, nella tuba si or- ganizza più tardivamente, è più lenta nella sua evoluzione e non comprende tutta l’ estensione della mucosa tubarica ove si è formato l'ovo. Anche nelle forme abortive che non raramente si osservano nell’utero, la spiegazione dovrà essere cercata in parte nel modo con cui si forma la decidua e nella sua costituzione la quale è meno adatta ad elaborare i materiali che devono servire al nuovo individuo che sta svolgendosi.
4° Perchè tutte le membrane ovulari d’ origine fetale e materna furono studiate nel loro mutuo rapporto e nelle mi- gliori condizioni di conservazione; e mentre le prime erano ben
.84 GC. GIACOMINI
distinte e con disposizione pressochè normale, quelle d’origine ‘materna erano grandemente modificate.
5° Per essere il sacco dell’ovo, nella massima sua esten- sione indipendente dalle pareti della tuba, e per il rivestimento che esso presenta in tutta la parte libera, il quale per la sua costituzione ricorda la mucosa tubarica.
6° E finalmente perchè la mucosa della tuba in tutto il tratto che non da inserzione all’ovo, si presenta ben poco mo- ‘dificata nella sua costituzione.
Dalla frequenza con cui si presenta la gravidanza tubarica nella specie nostra, si potrebbe dedurre che non fosse cosa troppo difficile l’ottenerla sperimentalmente negli animali. Io ho fatto ri- petuti tentativi sulla coniglia senza mai riuscire ad alcun risultato.
Per raggiungere questo scopo io legava il corno uterino di un lato o di ambedue i lati, in molta vicinanza del punto in cui. esso si continuava nell’ovidotto. La legatura veniva praticata generalmente al 3° giorno dopo il coito, prima vale a dire che gli ovuli fossero emigrati nell’utero. ll processo operativo fu già da me descritto in altro lavoro (1). Io cercava con questa le- gatura di impedire che gli ovoli giungessero nell’utero, sperava che essi si fermassero nella tuba e quivi si sviluppassero. Pri- mitivamente queste esperienze erano fatte per disturbare il nor- male sviluppo delle vescicule, più tardi furono continuate coll’ in- tento di produrre gravidanze estrauterine. Ma le mie speranze furono deluse. Nelle trenta esperienze che fino ad ora ho fatte, mai ottenni una gravidanza tubarica. Si ebbe uno sviluppo delle vescicole, quando tra la legatura e l’ovidotto esisteva un tratto d’utero più o meno esteso, ma allora la gravidanza avveniva sempre nell’utero. Talora si incontrava una leggera dilatazione contenente un liquido senza parti formative sopra la legatura, ma in codesti casi esisteva nessuna modificazione la quale si allon- tanasse dalle condizioni ordinarie.
(1) Teratogenia sperimentale dei mammiferi. Torino 1889,
GIACOMINI- Anomalie di sviluppo dell'Embrione umano
Ù Reti è 5) DETTI
Lit
Salussolia - Torano
Atti R.Accad.delle Se.di Torino - Yo/ AX]
Fig. 2.
ANOMALIE DI SVILUPPO DELL EMBRIONE UMANO. 85
SPIEGAZIONE: DELLE FIGURE della Tav. IV.
Fic. 1% Tuba aperta nel punto in cui conteneva il sacco del- l’ovo pure aperto. 0v, Ova. P, Padiglione della tuba. 7, Pareti della tuba. 9, Sacco dell’ovo. £, Em- brione. Il tutto disegnato a grandezza naturale.
» 2% Dimostra il rapporto dell'embrione colle pareti del sacco dell’ovo (a piccolo ingrandimento). E, Embrione. C, Peduncolo che univa l'estremità caudale dell'embrione colle membrane. A, plica amniotica che rappresentava il funicolo ombellicale.
» 8% Sezione fatta attraverso l’estremità caudale dell'embrione, il funicolo ombellicale e le pareti del sacco dell’ovo. E, Embrione nella sua estremità caudale: tutti gli organi sono profondamente alterati. P/, Plica amnio- tica che lega l'embrione alle membrane MM, che for- mano la parete del sacco. Questa risulta costituita: 1° Epitelio dell’Amnios. 2° Tessuto mesodermale dell’Amnios e del Chorion fuso senza limiti. 3° Epi- telio del Chorion. 4° Lacune sanguigne. 5° Infarti fibrinosi. 6° Membrana che riveste la superficie esterna del sacco dell’ovo. 7° Epitelio di questa membrana. Vi, Villosità del Chorion inmerse nelle lacune san- guigne; g. Villosità la quale in parte è circondata dall’infarto ed in parte sporge nell'interno di una lacuna sanguigna. H7, Punto in cui il Chorion colla sua superficie esterna corrisponde all’infarto.
» 4% Sezione della parete della tuba fatta in corrispondenza del punto in cui fu sezionata la parete del sacco. K. Piega della mucosa. Y, Mucosa della tuba leg- germente inspessita, ma rivestita in tutta la sua esten- sione da epitelio cilindrico. X, Tonaca muscolare.
>» 5? Villosità della figura 3° (ma corrispondente a sezioni più inferiori) disegnata ad un maggiore ingrandimento per dimostrare il doppio strato epiteliare che riveste la sua superficie. e, Strato esterno. 7%, Strato interno. 4, Tessuto mesodermale del villo privo di vasi sanguigni.
86 G. ERRERA E -G. BALDRACCO
Studi sull’acido parametilidratropico
di G. ERRERA e G. BALDRACCO
L'acido parametilidratropico
CH. ea
e la aldeide corrispondente, come risulta dalla formula di strut- tura, contengono un atomo di carbonio assimmetrico, apparten- gono quindi a quella categoria di composti pei quali si può prevedere la esistenza di due varietà attive e di una inattiva per compensazione extramolecolare.
Lo sdoppiamento dei prodotti sintetici avrebbe un certo inte- resse, poichè costituirebbe una prova diretta che la formula di struttura attribuita loro da Miller e Rohde (*) e da uno di noi (**), è esatta; interesse che però è di molto diminuito dacchè Wid- mann (***) dimostrò nel cimene, dal quale i due suddetti composti provengono per ossidazione, la presenza dell’isopropile.
I tentativi da noi fatti in questo senso, riuscirono però a risultati assolutamente negativi.
Esperimentammo la azione degli organismi, tanto sull’acido, quanto sull’aldeide. Il liquido nutriente conteneva per ogni litro d’acqua distillata e sterilizzata, grammi 1,25 d’un miscuglio di sali, fatto nelle proporzioni seguenti:
Fosfato di potassio . . . . . . . parti 50 Solfato di magnesio. . . . . . BI 548 Gloruro' di healcioi Wi Ni. tinti » 2
(*) Berichte der deutschen chem. Gesell. XXIII, 1075. (*#*) ErRERA, Gazzetta chim., 1891, I, 76. \***) Berichte der deulschen chem. Gesell, XXIV, 439,
STUDI SULL'ACIDO PARAMETILIDRATROPICU 87
Vi sì aggiunsero pochi grammi dell’acido, poi alcune goccie di ammoniaca, in modo che il liquido conservasse però sempre reazione acida, quindi si seminarono alcune spore di penzezllium glaucum. La stessa esperienza fu fatta direttamente sulla aldeide, sopprimendo in questo caso la aggiunta di ammoniaca, ed aci - dificando invece il liquido con una goccia d’acido fosforico. I palloni vennero chiusi con un semplice tappo di cotone ed ab- bandonati a temperatura ordinaria (giugno). Nemmeno dopo un mese era comparsa la minima traccia di vegetazione,
Nè migliori risultati diede la trasformazione dell’acido in un sale di base attiva. Si mescolarono quantità equimolecolari di chinina e dell'acido in soluzione alcoolica; per evaporazione del solvente si separò il sale sotto forma d'un liquido denso, vischioso, che ben presto solidificò interamente in una massa cristallina. Questa fu cristallizzata frazionatamente da un miscuglio d’acqua e d'alcool e si ottennero così parecchie porzioni identiche nel- l'aspetto, costituite da. bellissimi aghi setacei raggruppati in mam- melloni, solubilissimi nell’alcool, insolubili nell’acqua e fondenti tutti entro limiti ristretti di temperatura, cioè da 112°-116°. L'acido fu isolato separatamente dalle diverse porzioni, ma mon; si potè constatare in esso mediante un polaristrobometro Wild, la benchè minima traccia di potere rotatorio.
Bischoff (*) nei suoi numerosi ‘e vani tentativi di sdoppia- mento di acidi succinici sostituiti, che presumibilmente dovreb- bero risultare dalla unione equimolecolare di due composti inver- samente attivi, fa osservare che gli acidi finora sdoppiati sono, soltanto quelli the accanto al carbossile, contengono direttamente od indirettamente legato all’atomo di carbonio assimmetrico, un ossidrile (come negli acidi racemico, mandelico, lattico, tropico, ecc.) od un gruppo amidico (come negli acidi aspartico, glutàmico, ecc.). L'acido da noi studiato non cade nè nell’una nè nell’altra di queste categorie, conferma quindi la osservazione di Bischoff.
Se però sta il fatto, non ci sentiamo di. associarci,. almeno completamente, alla interpretazione che ne dà Bischoff. Egli dice: Se il potere rotatorio dipende dalla differenza specifica dei gruppi legati all’atomo di carbonio assimmetrico, è chiaro che, ad esempio, nella combinazione
£
H.OH.COOH
——_+i.____-
(*) Berichie der deutschen chem. Gesell. XXIV, 1069,
88 G. ERRERA E G., BALDRACCO
questa differenza sarà più considerevole che nella
H.. CH, 690H:.
Per la stessa ragione quindi per la quale è da prevedere negli acidi dietilsuccinici un potere rotatorio inferiore a. quello degli acidi tartrici, sarà minore anche la differenza di solubilità tra i sali con una stessa base attiva dei primi acidi, che non tra quelli dei secondi, e quindi la separazione riuscirà molto più difficile mediante la cristallizzaziona frazionata, o in generale non sì potrà raggiungere coi metodi attualmente conosciuti.
Ora noi faremo osservare che, come risulta dalle esperienze di Bischoff stesso e di Le Bel, le spore del penicillium frutti- ficano bene, tanto negli acidi monometil e monoetilsuccinico, quanto nel metiletilcarbincarbinolo e nel metilpropilcarbinolo, e tra 1 gruppi
H.CH,. CH, C00H. COOH H.C,H,. CH,C00H. COOH
dei due primi composti che non si sdoppiarono, non v'ha certo. minore differenza che tra quelli
Wen; CH NOHy0 n Je della eis ingpgg OS
delle sostanze per le quali lo sdoppiamento riuscì.
Acido metadinitroparametilidratropico.
CH, (4) C, mf (NO), (2.6) ovvero (3.5) CH. CH Ù 1 Sc O00H (1) L'acido parametilidratropico si discioglie nell’acido nitrico.
(densità 1,52) raffreddato con acqua, senza che si sviluppino quasi assolutamente vapori mitrosi. Aggiungendo acqua, il nitro-
STUDI SULL'ACIDO PARAMETILIDRATROPICO 89
derivato si separa, talvolta addirittura solido in fiocchi giallo- chiari, talvolta sotto forma d’un liquido che però solidifica quasi subito. La sostanza così ottenuta, compressa tra carta bibula per liberarla dal poco olio che contiene, si cristallizza disciogliendola in una piccola quantità di benzina bollente, nella quale è assai solubile, e mescolando poco a poco al liquido così ottenuto del- l’etere di petrolio, pure caldo (p. e. 80°-110°). L'aggiunta del- l'etere proluce un intorbidamento che scompare coll’agitare del liquido; quando lo scomparire del precipitato, che dapprima è assai rapido, si fa più lento, si tralascia di aggiungere l’etere di petrolio e si lascia raffreddare. Il nitroderivato si separa allora sotto forma di grossi cristalli aciculari raggruppati a stella, di color giallo-paglierino, fondenti a 122°-123°, Una determinazione d’azoto diede i risultati seguenti:
Da gr. 0,5227 dell’acido si svolsero cme. 53 di azoto alla temperatura di 23° ed alla pressione ridotta a zero di 743,3 mm.
E su cento parti
trovato calcolato per Co H, N, 0; N 11,15 11,02
L'acido dinitroparametilidratropico è molto solubile nella ben- zina e nell’alcool, quasi niente negli eteri di petrolio : si discioglie un po’ nell’acqua bollente dalla quale, cristallizza in aghi per raffreddamento. Riscaldato al disopra del punto di fusione de- flagra, e perciò non se ns fece la combustione; affinchè la ana- lisi dell'azoto proceda regolarmente è necessario che il miscuglio della sostanza coll’ossido di rame, ambedue ben polverizzati, sia molto intimo; in caso contrario la decomposizione avviene troppo rapidamente. Alla luce l’acido si colora in bruno.
Il sale di bario, pure di color giallo-chiaro, si deposita sotto forma di croste cristalline dalle soluzioni acquose molto concen- trate; è assai solubile nell'acqua. L'analisi diede i risultati se- guenti :
I. Grammi 1,3725 del sale riscaldati per più ore a 125° perdettero gr. 0,0722 d’acqua, quindi fornirono per precipita- zione con cloruro di bario gr. 0,4425 di solfato di bario.
90 G. ERRERA E G. BALDRACCO
II. Grammi 2,5471 del sale tenuti per alcune ore a 160° perdettero gr. 0,1346 d’acqua e diedero quindi gr. 0,8312 di solfato di bario.
E su cento parti:
trovato calcolato per 1 In. (Co H,N0,); Ba+4H,0 Hj,04:526/5 06:28 _ 10,07 Ba 18,96 19719 19,16
Da queste due analisi pare si debba concludere che il sale contenga realmente quattro molecole d’acqua, ma che due di esse si eliminino al disotto di 160°, le altre due al disopra. La per- dita infatti dovuta a due molecole d'acqua sarebbe in teoria di 5,03 °/,; valore molto vicino a quello dato dalla esperienza. Non abbiamo spinto più oltre la temperatura per non correre il pe- ricolo di decomporre il sale, del quale avevamo a nostra dispo- sizione piccola quantità, e che ci doveva servire per le ulteriori ricerche.
L’etere metilico dell’acido dinitroparametilidratropico si pre- para col noto metodo, saturando cioè d’acido cloridrico una so- luzione dell’acido nell’alcool metilico. È un liquido denso, che solidifica. in un miscuglio frigorifero di sale e ghiaccio, ma ri- diventa liquido appena ne venga estratto; non fu analizzato.
Non abbiamo cercato di indagare se il composto descritto sia l’unico prodotto di nitrazione dell’acido parametilidratropico, .0 se la poca parte liquida che lo. accompagna sia un isomero; poichè, essendo partiti da un acido non perfettamente puro, c’era il dubbio che la suddetta parte liquida potesse provenire dalle impurità contenute nel composto originale.
Acido metadiamidoparametilidratropico.
CH, (4) H,C, = (NH), (2.6) ovvero (3.5) \onc 0 (1)
COOH
STUDI SULL’ACIDO PARAMETILIDRATROPICO 91
L’acido metadinitroparametilidratropico viene ridotto molto facilmente dall’idrogeno solforato; basta nella sua soluzione am- moniacale far passare una corrente del gas fino a saturazione, quindi riscaldare per decomporre il solfuro d’ammonio; lo zolfo che si separa corrisponde esattamente alla quantità impiegata dell’acido.
Se il sale di ammonio dell’amidoacido così ottenuto si aci- difica con acido acetico diluito in lieve eccesso, l’acido si separa sotto forma di fiocchi grigi, quasi insolubili nei solventi neutri ordinarî (acqua, alcool, etere, benzina, etere di petrolio, acetone, cloroformio), molto solubili invece, tanto negli acidi minerali, quanto nelle basi, poichè si formano i sali corrispondenti. L'acido acetico diluito non lo discioglie, il concentrato sì, e una ulte- riore aggiunta d’acqua non produce più alcun precipitato. Non fu analizzato per le difficoltà incontrate nel purificarlo.
Metadiamidoparametiletilbenzina.
CH, (4) di (NH), (2.6) ovvero (3.5) ‘CH. (1)
Questa base fu ottenuta distillando a secco con un eccesso di barite, il sale di bario dell’acido sopradescritto; del resto per prepararla è inutile isolare l’acido. Avvenuta la riduzione del nitroacido, dopo decomposto il solfuro di ammonio ed allontanato lo zolfo, alla soluzione ammoniacale dell’amidoacido si aggiunge idrato di bario, finchè dal liquido tenuto in ebollizione non si svolga più ammoniaca. Portando quindi a secco a bagno-maria, si ottiene come residuo una massa costituita dal sale di bario dell’amidoacido e da un po’ di carbonato di bario; la si mescola intimamente col doppio del suo peso di barite e si distilla quindi a fuoco nudo.
Si raccolgono nel recipiente collettore, insieme ad acqua, delle goccie oleose che ben presto solidificano completamente cristal- lizzando, e sono costituite dalla base. Il composto si purifica cri- stallizzandolo dall'acqua, nella quale è abbastanza solubile; si
separa per raffreddamento della soluzione sotto forma di lamine
92 G. ERRERA E G. BALDRACCO
rombiche sottili, incolore, che però alla luce si abbrunano leg- germente, fondono a 71°-72°. Una determinazione d’azoto diede i risultati seguenti:
Grammi 0,1456 della base fornirono cme, 24 di azoto alla tem- peratura di 22° ed alla pressione ridotta a zero di 740,5 mm.
E su cento parti:
trovato calcolato per C, H, N N 18,37 18,67
La base bolle verso 300°, è molto solubile nell’alcool, dalla sua soluzione acquosa viene precipitata per aggiunta di idrato sodico, o potassico. Il cloridrato, il solfato, l’ossalato si disciol- gono molto nell’acqua.
In quanto alla sua struttura sono possibili le quattro se- guenti formule:
CH, CH, CH, CH; NH, NH, H,N NH, NH, H,N H,N NH,
Col, CoH; Col; CH;
Secondo la prima formula si tratterebbe d’una ortodiamina, giusta la seconda d’una paradiamina, giusta le due ultime d’una metadiamina. Per decidere a quale di queste categorie appar- tenga la base da noi ottenuta, abbiamo ricorso alle reazioni ca- ratteristiche.
La base disciolta in poco alcool non dà per ebollizione in- sieme ad una goccia di una soluzione acetica, concentrata, calda di fenantrenchinone, alcun precipitato: ora in questa condizione le ortodiamine danno, secondo Hinsberg (*), un precipitato volumi- noso, costituito da aghetti giallo-chiari, dovuto al formarsi di una fenantrazina.
(*) Annalen der Chemie, 237, 342.
STUDI SULL ACIDO PARAMETILIDRATROPICO 93
Se si evapora a secco una soluzione acquosa del cloridrato della diamina addizionata di un eccesso di solfocianato di am- monio, si tiene quindi per un’ora alla temperatura di circa 120°, si riprende con acqua, ed al residuo accuratamente lavato e di- sciolto in idrato potassico, si aggiunge acetato di piombo, si nota, dopo aver riscaldato leggermente, un precipitato ‘abbondante di solfuro di piombo.
Ora risulta dalle ricerche di Lellmann (*) che i solfocianati delle ortodiamine si trasformano per riscaldamento da 120"-130°
in tiouree del tipo C., die al S, le quali non perdono L
lo zolfo per opera d'una soluzione alcalina calda di piombo; mentre nelle stesse condizioni le meta e le paradiamine danno composti che anneriscono in presenza del liquido piombico. E a quest’ultima categoria di sostanze appartiene quella risultante dal solfocianato della nostra base in virtù della equazione:
NEED VEPS'C N NESSO 8 NHL, o na
GS yy. HS0N ‘ds NH6098'. NH,
D'altra parte invece, dal cloridrato della base riscaldato da 100°-120° con aldeide benzoica, si sviluppa acido cloridrico, rea- zione questa che è, secondo Ladenburg (**), caratteristica delle ortodiamine.
Mentre adunque le due prime reazioni escludono che la base da noi descritta sia una ortodiamina, la terza condurrebbe alla conclusione opposta. Siccome però Lellmann (***) ha constatato la reazione di Ladenburg non essere generale, poichè i cloridrati, tanto dell’orto, che del metadiamidoparaxilene, sviluppano acido cloridrico quando vengono riscaldati con aldeide benzoica, rite- niamo lo stesso avvenga nel nostro caso perfettamente analogo, e quindi in base alle due prime reazioni escludiamo pei gruppi amidici la posizione orto.
Per decidere poi tra il posto meta e il para, abbiamo trat- tato una soluzione acquosa della base con nitrato di diazobenzina; si formò un precipitato giallo-ranciato solubile in un eccesso
(*) Annalen der Chemie, 228, 248. (**) Berichte der deutschen chem. Gesell. XI, 600. (***) Annalen der Chemie, 228, 253.
94 UV. MONTI
d’acido con color rosso, e che possiede tutti i caratteri d'un corpo appartenente al gruppo delle crisoidine. E poichè il dare queste sostanze coloranti è caratteristico pei metadiamidoderivati, concludiamo essere la base in questione una metadiamidopara- metiletilbenziva. Rimane però ancora indeciso se i due gruppi amidici occupino le posizioni orto rispetto al metile, od all’etile.
E quanto fu detto per la base, vale naturalmente pel dia- midoacido e pel dinitroacido.
Torino, Laboratorio di Chimica della R. Università, Settembre 1891.
Sulla soprafusione dell’acqua e delle soluzioni saline in movimento.
Ricerche sperimentali di V. MONTI
Colle ricerche di cui espongo i risultati nella nota presente, mi sono proposto di esaminare quale sia l'influenza che una forte agitazione meccanica esercita sulla soprafusione dell’acqua. Le vecchie esperienze relative a questo argomento non dànno in- dicazioni sicure.
Dapprima adoperai acqua comune. La tenevo in un piccolo calorimetro . d’ottone della capacità di circa 150 cm?, circondato da un miscuglio di ghiaccio e sale la cui temperatura variava nelle diverse esperienze fra — 20° C e —10°C. Pescava nel- l'acqua il bulbo di un termometro graduato in quinti di grado e di cui si era verificato con cura lo 0. L'agitazione dell’acqua sì otteneva immergendovi ed estraendone con alternative abba- stanza rapide (circa 80 per minuto) una pallina d’ottone del diametro di circa 1 cm. L'acqua si manteneva liquida fino @ temperature variabili fra —- 0°,4 C e —0°,8 C. Ad un certo punto incominciava la formazione dei ghiacciuoli, mentre la temperatura risaliva improvvisamente a 0°.
Una soprafusione più prolungata ottenni producendo l’agi- tazione dell’acqua con una piccola elice metallica che poteva farsi girare orizzontalmente, con moderata velocità, in seno al liquido. In queste condizioni l’acqua rimase soprafusa, in due esperienze,
fino a. —1°,4.0.
SOPRAFUSIONE DELL'ACQUA E DELLE SOLUZIONI SALINE 95
Per maggior comodità, disposi verticalmente un motore elet- tromagnetico Deprez: prolungai con un'asta metallica l’asse del- l’elettro calamita, e all’estremità inferiore di quest’asse saldai l’elice che mi aveva già servito.
Eccitando il motore colla corrente di 4 o 6 coppie Bunsen, l’elice poteva raggiungere delle velocità variabili fra 350 e 500 giri al minuto: velocità molto superiori a quelle usate prima. Queste velocità si misuravano con un apposito contagiri.
Con ciò potei vedere la soprafusione dell’acqua prolungarsi fino a — 29,6 C.
Al calorimetro d’ottone che aveva servito fino allora sostituii un bicchierino di vetro a pareti sottili, alto cm. 5,5 e largo cm. 4,5, accuratamente pulito all'interno.
Potei così avere l’acqua liquida alla temperatura di —3°,6C, mentre l’elice si moveva colla massima velocità; tantochè la su- perficie libera dell’acqua si presentava fortemente depressa nel mezzo. L'acqua si mantenne a quella temperatura per circa un quarto d’ora. Non valsero a produrre la solidificazione nè il bat- tere forti colpi di martello sul tavolo ove stava l'apparecchio , nè l’alterare bruscamente a più riprese la velocità dell’elice, nè l'introduzione nell’acqua di una bacchetta di vetro. La solidifi- cazione avvenne invece in modo istantaneo, come era da aspet- tarsi, gettando nell'acqua un piccolo pezzo di ghiaccio.
Un’altra volta usai acqua con tanta polvere di tripolo in so- spensione da formare una poltiglia poco densa. Il termometro scese fino a — 39,1 C, vi si arrestò alquanto tempo e poi ri- sali fino a 0°. Questo risultato è tanto più singolare che, se- condo il Blagden, le polveri in sospensione nell’acqua sembrano generalmente impedirne la soprafusione.
Usando acqua distillata invece di acqua comune, la sopra- fusione si prolungò a temperature variabili fra — 3°,7 C'e —4°,7C secondo la velocità dell’elice.
Disaerai l’acqua distillata da sottoporsi all’esperienza, facen- dola bollire fortemente per circa un'ora e mezzo.
Inoltre all’asta metallica portante l’elice , in cui numerose piccole asperità dovute a ossidazione superficiale e ad altre cause potevano favorire la formazione di ghiacciuoli, sostituii una bac- chetta di vetro, piegata per breve tratto ad angolo retto alla sua estremità inferiore, e perfettamente liscia e pulita in tutte le sue parti.
96 V. MONTI
Ottenni così l’acqua liquida con un’agitazione violentissima fino a — 60,10.
Volli ancora aumentare la velocità relativa dell’agitazione, im- primendo al bicchierino una rotazione inversa a quella dell’asse del motore. Disposi perciò un grosso bicchiere da pile contenente il miscuglio frigorifico e il bicchierino dell’acqua al disopra di un disco saldato sulla ruota ad alette di un ventilatore da psicrometri.
Così in virtù d'un movimento d’orologeria l’acqua poteva assumere una rotazione abbastanza rapida. Il motore funzionava con 6 Bunsen. La velocità dell’agitatore era di circa 500 giri, quella del bicchiere di 100 giri per minuto all’incirca.
Feci tre esperienze con questa nuova disposizione: nella prima la soprafusione si arrestò a — 59,7: nella seconda si prolungò fino. °a — 70,065 nella:iterza dinona «79,2 &
Esperienze analoghe a quelle fatte coll'acqua furono istituite per alcune soluzioni saline. Affinchè si potesse dedurne l'influenza del sale ebbi cura di alternare queste esperienze con altre fatte con l’acqua che mi serviva a preparare le soluzioni. Questa era acqua comune. L’agitatore era messo in moto al solito modo, colla velocità di circa 500 giri per minuto. Il bicchierino con- tenente l’acqua o la soluzione era immobile.
Con una soluzione di 5 parti di Na Cl su 100 d’acqua, raggiunsi in una prima esperienza la temperatura estrema di — 5° C: in una seconda, la soluzione si presentava ancora li- quida a—8°,4C. Al sopraggiungere della solidificazione la tem- peratura risalì, nella prima esperienza a — 8°, 1 C, nella seconda a—3°,3C0. Una soluzione di 2 parti di Na C? su 100 d’acqua si mantenne liquida fino a— 5°, 8 C: sopravenendo la solidifi- cazione il termometro risalì a — 1°, 4 C.
Una soluzione di 5 parti di X-NO, su 100 d’acqua, la cui temperatura di solidificazione sì trovò essere — 1°,7 C, era ancor liquida alla temperatura di —7°, LC.
Una soluzione di 5 parti di Na, SO, su 100 d’acqua si potè portare fino a—6°,2 C: e alla congelazione il termometro risali a- 09,8 C.
Una soluzione di 5 parti di Na, CO, su 100 d’acqua, si portò fino a — 69,60, e, alla solidificazione, il termometro salì a — 1°C.
Tutte queste esperienze vennero, come si è detto, alternate con quelle fatte con acqua comune. Le temperature minime rag- giunte in queste ultime furono: —4°; — 29,5; —4°,6:; —49,8;
— 49,6; — 39,7; — 59,20.
SOPRAFUSIONE DELL'ACQUA E DELLE SOLUZIONI SALINE 97
In relazione con queste esperienze, io ne feci alcune sulla temperatura minima a cui possono portarsi le soluzioni saline quando sieno violentemente agitate. |
Risulta dalle note esperienze di Riudorff sull’abbassamento di temperatura prodotto dai miscugli refrigeranti, che una solu- zione salina, quando non avvenga soprafusione, non può portarsi ad una temperatura inferiore ad una data, caratteristica del sale disciolto. Così, per esempio, non può portarsi una soluzione di Na, CO, ad una temperatura inferiore a —2°.0 C o una di KNO,, ad una temperatura inferiore a — 29,85 C.
Versata dentro un bicchierino una quantità nota d’acqua, collocatolo in un miscuglio refrigerante, e fattovi pescare dentro l’agitatore mosso nel solito modo e colla velocità di circa 500 giri al minuto, quando Ja temperatura fu di poco superiore a 0°, vi versai dentro del nitrato potassico, finamente polveriz- zato, raffreddato preventivamente fino a 0° e nella quantità, se- condo Riidorff, più atta ad ottenere il massimo raffreddamento. La temperatura discese fino a — 6°,1 C.
In analoghe condizioni ottenni col carbonato sodico una tem- peratura minima di — 4°,4 C, mentre la temperatura “di soli- dificazione di una soluzione satura di questo sale è, secondo Ridorff, — 2° C.
Però anche nelle esperienze di Riidorff, in cui l’agitazione del liquido era certo molto più lieve che non nelle mie, molte volte la temperatura scendeva per un certo tratto, per poi ri- salire sempre allo stesso grado per un dato sale, allorchè inco- minciava la separazione del ghiaccio.
Era quindi necessario che io ricercassi, in che fossero per differire le temperature estreme ottenute con una lieve agitazione, da quelle raggiunte nel caso di un’agitazione fortissima.
Collocai in un miscuglio frigorifero due bicchierini con entro quantità note di acqua; ciascuno dei bicchierini era fornito di termometro.
L'acqua dell’un bicchierino, che chiamerò A, veniva dolce- mente agitata con una bacchettina di vetro che tenevo in mano: l’acqua dell’altro, che chiamerò B, era messa al solito modo in veloce movimento.
Quando in un bicchierino la temperatura era di poco su- periore a 0°, vi versavo dentro una quantità conveniente di ni-
Atti R. Accad, - Parte Fisica, ecc. — Vol. XXVII, 7
98 V. MONTI - SOPRAFUSIONE DELL'ACQUA ECC.
trato potassico in polvere, stato fino a quel punto in un tubo d’assaggio circondato da una mescolanza frigorifera.
Le temperature estreme a cui scese il termometro in tre esperienze nel bicchierino A furono — 29,6; — 29,1; — 2%,8C; invece nel bicchierino B, nelle stesse tre esperienze furono — 2°,9; PON IL O
Da questo complesso di esperienze risulta, che la soprafusione dell’acqua, dovuta a un rapido movimento, viene favorita quando nell'acqua si trovi disciolto alcuno dei sali citati.
Si sa che la deposizione di cristalli da una soluzione salina di cui si abbassi la temperatura e che giunga così alla saturazione, viene favorita coll’agitazione. Volli esaminare l’effetto di un mo- vimento violento impresso alla soluzione stessa.
Preparai una soluzione salina concentrata: e quindi riempiutine due bicchierini simili, collocai questi l’uno accanto all’altro in uno stesso bagno la cui temperatura era notevolmente inferiore a quella a cui la soluzione era stata preparata. In uno dei bicchierini pe- scava un termometro graduato in quinti, nell’altro un termometro simile, più il solito agitatore mosso dal motore elettromagnetico.
Ricorsi a sali che presentano spiccatamente il fenomeno della soprasaturazione, quali il solfato e il carbonato di sodio.
Così, preparata una soluzione di Na, SO, satura alla tem- peratura ordinaria, î primi cristalli incominciarono a deporsi @ + 9°,6 C nel bicchierino in cui avveniva l’agitazione: mentre nell'altro la soluzione in quiete si mostrava ancor limpida @ + 7°C. In una seconda esperienza, fatta nelle stesse condizioni, la deposizione dei cristalli incominciò a + 9°,2C per la solu- zione agitata, e a + 6°,3 C per la soluzione in quiete. I cri- stalli osservati nella prima, formavano una pasta candida. e. fi- nissima che aderiva al fondo e alle pareti laterali del bicchierino; nella seconda, invece essi erano molto più grandi, e stavano sul fondo del bicchierino.
Analoghi risultati mi furono dati dalle soluzioni di Na, C0,.
Una soluzione satura a +30°C circa, cominciò a depor cristalli a 4 25°,8C nel bicchierino in cui aveva luogo V’agi- tazione, mentre nell’altro la soluzione era ancor limpida a +14°C.
Mi porse i mezzi onde compire queste ricerche il Professore A. Naccari, al quale porgo sentiti ringraziamenti.
Torino, Laboratorio di Fisica della R. Università, . Novembre 1891.
99
Sull’errore medio dei punti determinati nei problemi di Hansen e di Marek ;
Nota di VINCENZO REINA
I
Nel problema di MareX (*) si suppongono dati quattro punti ABA'B': due altri punti P e P', fra loro visibili, sono tali che da P si possono mirare i punti AB, e da P'i punti A'B'. Colla sola misura degli angoli
APP'=<« BPP'— È) A'PP=q0' B'P'P= c'
la posizione dei punti P e P', rispetto ai punti fissi, riesce de- terminata.
Se il punto B' coincide col punto A, si ha il cosidetto pro- blema di Pothenot generalizzato, nel quale, a partire da tre punti dati ABA', si determinano i due punti PP' per mezzo della misura dei predetti angoli «8 2 ff.
Se si suppone la coppia A4'B' coincidente colla coppia AB si cade nel problema di Harsen, il quale consiste appunto nella determinazione della posizione relativa di due punti P e P', ri- spetto a due punti fissi 4 e B, quando sono noti gli angoli sotto cui, da ognuno dei punti P e ?P', sono visibili gli altri tre (**).
I problemi di Pothenot e di Hansen potendo dunque consi- derarsi come casi particolari di quello di Marek, a tutti e tre deve essere applicabile la medesima soluzione.
(*) Cfr. Technische Anleitung zur Ausfùhrung der trigonometrischen Ope- rationen des Kalasters, im Auftrage des kònigl, ungnrischen Finansministe- riums, verfasst von J. MarEK. Budapest, 1875, S. 269.
La risoluzione di questo problema è riprodotta da W. Jorpan, Handbuch der Vermessungskunde, 2er B., 3 Aufl., S. 257.
(**) Hansen, Eine Aufgabe der praktischen Geoddsie und deren Auftòsung. Astronomische Nachrichten. Bd, 18, S. 165,
100 VINCENZO REINA
. Geometricamente si può procedere così: sui lati AB, A'B', si costruiscano i triangoli ABQ, A'B'Q' cogli angoli
OBA — e. QAR-0 BA = a. d'Ara e dalla parte opposta o dalla stessa parte in cui trovasi il punto P
e il punto P' rispettivamente, a seconda che la congiungente PP' incontra i lati AB, A4'B', oppure i loro prolungamenti.
Fia. 12
Si descrivano i cerchi determinati dalle due terne di punti AB9Q, A/B'@': i punti P e P', in cui la congiungente @Q' interseca ulteriormente i due cerchi, sono quelli cercati. Avvertasi che se,
SULL’ ERRORE MEDIO DEI PUNTI DETERMINATI 101
per la disposizione relativa dei punti, alcuno degli angoli «(f2f3' riuscisse maggiore di un retto, nella costruzione dei triangoli AB, A'B'Q' bisognerebbe prendere l’angolo supplementare. Analiticamente, supposte date le coordinate dei punti ABA'B', si determinano le distanze 48 A'B' ed i loro azimut; si risol- vono i triangoli ABQ, A4'B'@', si determinano le coordinate dei punti @ e Q' e per mezzo di queste si trova l’azimut della con- giungente @Q'. Nei triangoli APQ, A'P'Q' si verranno allora a conoscere un lato e i tre angoli, e la risoluzione dei triangoli permetterà di determinare le coordinate dei punti cercati P e P'.
II.
Si supponga il problema già risoluto, si facciano le posi- zioni : PAi'—=@ PBb=% QAT—a (EMI P' A! = ai P'B' = d' VA — a , Is b' A bc UO — DANESI via
e si indichi con w la retta congiungente i punti QQ.
Se gli angoli osservati e'f" sono affetti dall’errore medio +0, anche le posizioni dei punti P e P' saranno affette da un errore che noi ci proponiamo di valutare.
Per P si conduca la tangente # al cerchio passante per es-o punto, e si consideri P_come determinato dalla intersezione delle rette # ed «.
Se per effetto delle variazioni subite dagli angoli osservati, le rette # ed « si possono considerare come soggette a sposta - menti paralleli, e se si indicano con #,ed m, gli errori medi corrispondenti a questi spostamenti, per una formola notissima (*). l'errore medio della intersezione P, o in altre parole l’errore medio del punto P sarà dato da
(1 af M_ V/m + sen($u)
Riguardo all’errore m, si rammenti che quando su un seg- mento AB è costruito un arco di cerchio capace dell’angolo %,
(*) Cfr. W, Jorpan, Handbuck der Vermessungshunde, 1er B., S. 297.
102 VINCENZO REINA
lo spostamento parallelo dp della tangente al cerchio nel vertice P dell’angolo, corrispondente ad una variazione dg dell’angolo, è misurato da: (*)
È AP.BP
do. Nel nostro caso, avendosi g = « + (8, sarà b dp ==" (da + d),
e l’errore medio #m,, corrispondente agli spostamenti paralleli su- biti dalla tangente #, sarà dato dalla formola
a b3 e
oe mè=2
(0).
III.
Per determinare il valore di »m, conviene riferirsi ad un si- stema di assi coordinati, e per maggior semplicità si consideri il caso della 2* figura (problema di Hansen). Si scelga l’origine nel punto A e l’asse delle x secondo la congiungente AB: si indichino con xy le coordinate di @, con xy" quelle di Q', con 6 l'angolo che la congiungente Q'@, misurata da @' verso @, forma colla direzione positiva dell’asse delle x. Si avrà;
a—-x =rcos?9, y—y=rsen9, '
yYyTY Deo
E—-a
te di=
e differenziando logaritmicamente l’ultima formola
age) pga cono L (e È da). r r r r
Se si pone
(*) Opera citata, der B., S. 306.
SULL’ERRORE MEDIO DEI PUNTI DETERMINATI 103
cioè si indica con (40) la variazione dell’azimut 6 quando, te- nendo fisso il punto @', si fa spostare il solo punto @, con (d0)' la variazione di 9 quando sta fisso @ e si fa spostare @', si avrà quindi
a0= (40) — (46).
La variazione dell’angolo 9, corrispondente allo spostamento simultaneo dei due punti Q e Q', si può dunque decomporre nelle due variazioni che si ottengono tenendo fisso l’uno dei due punti e facendo spostare l’altro. Ora per effetto della variazione (46) il punto P subisce uno spostamento trasversale alla retta e misurato da = 0'(46); per effetto della variazione (d6)' esso subisce lo spostamento + 2(46)'; quindi, in conseguenza dello spo- starsi simultaneo dei punti @, @', esso subirà lo spostamento trasversale
+ p'(40) + p(d6)'.
Per quello che riguarda la determinazione del punto P, come intersezione delle rette # ed «, si potrà con tutta legittimità ri- tenere che questa sia la misura di spostamenti paralleli subiti da tutta intera la retta «: si avrà pertanto
Si. me=p°(m+p (ma),
s° 6 sen? @ | (105) = 2 mi, 9 51 È) ip PE (5) jar | c08t6 sen? 9, | (20) = 3 My no Mayr IV.
Bisogna ancora determinare gli errori medi m,m,m, My delle coordinate dei punti Q e Q'.
Ora si ha: sen & cos f?
sen (a+ (6) sen x sen sen (x-+f9)
&='a, con pi=‘c
yg=a,senb=c
0 e'°e° (0 }
u
104 VINCENZO REINA
quindi
da 908 «008 Bo e SE cos (a pp) = e E cos (3 da sen (x-+f) © sen’(a+f9) sen°(2 + ft) dx sen « sen (8 sen & cos (3 _., Senaicona OR snap) sa AT d0y _——cosasenfi sen < sen {3 é sen? {3 epr sen(2+f8) i sen°(2 4-3) Volare sen°(a + (9)
d y sen @ cos (8 sen x sen {3 dj sen°e dB: ; sen(a +) — f sen°(x +9) a n sen°(x + (8)
e passando agli erreri medi
| Pipa , Sen° a cos? auto en p | sen'(a + 8) ORI d (0) 1 gi gente bsoni8 0. | pp enanto a; sen*(a + (8) Da queste formole si ricava sen° a + sen? (3 a+ Quai EEN rd Resto e d Pb sen' (a +) Ci senÈ a)»
che è la nota espressione del quadrato dell’errore medio, nel caso di un punto determinato per intersezione da due punti fissi A e B. (Vorwcirts-Einschneiden) (*).
Analogamente si ha
2,1 7 2A snc sen” x' cos° 2'+ sen? f' cos mec ns di (0), sen* (' +81) CAlerenz \ (60) | o, Sent + sen* 3' Marx
TO sentla+p) Sostituendo i valori (6) (6) nelle (5) e nella (4) ottiene: 2 Peent(a4-9) \cos°0 (sen'x + sen* 3) +sen°0 (sen°« cos’ + sen%9 cos")
p° c° (d)° r°sen*( (248)!
;cos® 6(sen'z'+sen'i')+sen?@ (sen°a'cos*'+ sen*3'cos? 3") |
(*) JORDAN, opera citata, fer B,, S, 299,
SULL'ERRORE MEDIO DEI PUNTI DETERMINATI 105
la quale si può anche scrivere così:
me — Clone 6 [p "(a+ bi) +p°(a ani
(7)... + sen? @ [e°° ° (a, cotg° a + db,‘ cotg? lo) + p° (a, cotg? a' +b,"! cotg® 8)] |
Dalla semplice ispezione della figura risulta na. (flu)=a—B+6: sostituendo dunque i valori (2) (7) (8) nella (1) si ottiene
M°— (0)? c°r°sen(a—L +6) 6) + p° (a+ b,'5)| + sen® 9 | p'° (af cotg°@+b,'cotg* B) Se o (a)'* cotg? x'+ b,'! cotg° 8)] :
120° a b°4- cos? 0.[o'? (a+ bf)
formola nella quale non compare più alcuna traccia del sistema coordinato.
L'espressione che dà LR medio del punto P' si ottiene da questa sostituendo a p e g' le distanze che si potranno indi- care con g e o’, di P' dai punti Qeq' rispettivamente, al lati ab i lati a, ed all'angolo (tu) l’angolo (tu u=B —a' +9.
Tenute le medesime indicazioni, l'errore medio del punto P nel problema di Marek (1* figura), sarà dato dalla formola;
(0)°
r2 2 ta 2,272 SENO a le rd — r°sen(a—B+6) SARE s|f (2 tot a (2,4, |
+ sen" 6 É a, cotg*2+b,'cotg*/?) +5 sla; 'Acotg*% 240/00 )|
V.
Supponiamo che il punto P nella figura sia la intersezione delle due posizioni medie delle rette # ed w, cioè di quelle po- sizioni per le quali le somme algebriche di tutti gli spostamenti
LI ri
106 VINCENZO ‘REINA — SULL'EKRORE ‘MEDIO ECC.
paralleli sono nulle. Ad ogni altra posizione del punto P cor- risponderà una certa probabilità, ed è noto come, ammesso che gli spostamenti delle due rette seguano la legge di Gauss, tutte le posizioni del punto, dotate di eguali probabilità, giacciano su delle ellissi simili e similmente disposte col centro in P e per le quali le rette # ed « sono rette coniugate.
Nel caso della nostra 2° figura indicando con A'e B' i se- midiametri di una delle ellissi, diretti secondo la retta « e la retta t rispettivamente, si avrà:
ue 22m 5° pro Qm 5° sent (a—f+6) sen’ (x—(3+6) i quando si indichi con s un parametro variabile dall'una all’altra ellisse, e scelto in modo che la probabilità che il punto cada nell'interno della ellisse s sia data da
Pieri 1
I semiassi A e B saranno allora dati dalle formole:
sg
mi+-m + (mf4m i) Ami mE sen(e—B+6) 3
poro Area me+-m,—V(m}+m,}f_4m}m,sen°(a— 6). verno ina o Lanzi ini ALATI o
e l'angolo 9, che l’asse maggiore forma colla retta «, sarà da ricavarsi dalla formola m, sen 2(a—+ 0)
DE i e RI ae Mpa m°+m, cos 2(a—+0) 0)
Como, Settembre 1891.
(*) JorpaN, opera citata, ter B., S. 344-46.
re
107
Effemeridi del Sole e della Luna per Vorizzonte di Torino e per l'anno 1892,
calcolate dall’Ing. T, ASCHIERI, Assist. all'Osservatorio di Torino,
—— E = eee | _—————————_————__rr_______ _ _""+“ #_#_ 12121111k11__
Gennaio 1892, -<c. *T—"————6_r6@_____—_—_———k—t@_tt———@>@+91 mu: er rem);
GIORNO TEMPO MEDIO DI ROMA Ss in e n | ei gen l E I SOLE | La LUNA Ri
2 |S passa E assa S = |__| nasce al E nasce al tramonta | -® = Li meridiano = meridiano [Gai
h m h m Ss hm h m h m h m 41|4|8 0|412 22 4590| 446) 9 299 1 42p.| 6 0p| 2 và 0 23 14,00 47||410 40 240 OA 3 3 3 0 23 42,03 48 || 10 42 5) O) 6 (95 4 4 4| 7 59 24 9, 66 49|| 411 9 4 26 9 54 5 5 5 59 24, 36,87 50.0 44133 DIE LO AHI 6 6 | 6| 59 25° [asili SIM nn a | 7 74 7 59 20) 2987 521 12 47p 6g 53 2 1270 8 8 8 59 20) 190,003 53|| 12 41 42, dio 9 9 9 59 26 20,84 DAI di RISZ Se 35 SIMO 10 410 {10 58 26 45,49 56 11 99 9 30 IT) 41 dl MILA: 58 27 nb 7A (21420 10% 27 RZ, 12 di2:1|12. 57 Zi 39-09 RISI 118025 6 42 13 do CdS 57 i (90599 FORA) — | 7 42 14 14 {414 56 29 S,.dL| 530% 5044 1280254488) (31 15 dodo 56 28 39,68 ZIll 61 822 i AA 9 9 16 416 | 16 DO 29 0, 57 Sizes Ze .06 9 40 07 DALLA 55 29 20,78 4 She37 2 DR 10 4 18 418 [18 54 29 (40:29 6) 9 42 339 10 26 19 49 [19 DI 29 15911 7 10 45 4 19 10 44 20 20 |20 59 30. 17,19 8|| 11 48 4 59 AA 21 DI 24 52 30. 34,55 10 —— DI 58 11 ‘18 22 23 122 DA 30. 50,16 JAR 12865028 IM6RA9 1ATS7 23 DIM 23 50 34 7,02 12 10655 can | 11 359 24 24 |24 49 di 22,12 14 SI MEZ 12: 20p:| (25 RONZD 48 34 36,43 15 29010) 836 120057 26 26 |26 47 34 49,98 7 DIS 9 30 1 39 27 270 ez 47 32 2,73 191 61 ‘23 10027 Die85 28 28 |28 46 32. 14,67 19] 7 419 11627 SIRO) 29 29 |29 44 32 25,81 21 8_4 12 26p dal 30 30 |30 43 32. 36,13 22) 8 41 1 24 614 1 21934 42, 32 45,62 2201 ORETA 2 18 Ti ds 2, }
FASI DELLA LUNA
7 Primo quarto 2h 2" ant. 14 Luna piena 4 16 ant.
22 Ultimo quarto 4 32 ant. 29 Luna nuova 5 28 pom,
Il giorno nel mese cresce di 0h 56"
5 La Luna è in Perigeo 6h pom, 20 Id, Apogeo 5 pom.
| Il Sole entra nel segno Aquario i il giorno 20 ad ore 2 m, 7 pom.
108
GIORNO
del Mese
DOO DUTY
TOMASO ASCHIERI
Febbraio 1892.
TEMPO MEDIO DI ROMA
Ii SOLE ERE sen RS iI ossi nr 5 passa E) nasce al = meridiano S h m h m S h m 744 |12 32 54,26|/5 25 40 384 | 207027 39 SILLY 28 37 939 45,149] 29 36 939 20,49| 34 35 33 24,95| 32 54 39 2859 34 32 ZIE 35 31 33 33,44| 37 29 33 34,651 38 28 33 35,08) 39 27 99 34,73) 4 25 93 33,61| 42 23 399 34,74| 244 22 33 29,44| 45 20 33 25) 82 47 19 93! 917910 8 47 93 47,08| 49 16 33 11,69| 51 14 33 5, 65 52 13 32 58,95) 54 14 32 51,63| 55 10 32 43,70] 56 8 32 35,16| 58 7 D0 26, 04 59 5 32 46,3416 0 3 32 6,08 il 2 31 05) 28 3 0 31 43,93 4
FASI DELLA LUNA.
12 Luna piena 241 Ultimo quarto 1
28 Luna nuova
5 Primo quarto 10h 29m ant.
8 28 pom, 4 ant. 4 37 ant.
La LUNA ri In n= ssa nasce al tramonta meridiano
h m h m h m
9 360.|,,2. 10p:|| 8,562 9 59 VINI) 10055 410 24 4 50 44-33 10 43 5 40 —
A 16 IO, 6091 12. 500. MANZO TZ Polia (E: ARRE °8R021: 323 005€ 9 418 4 33 ao 1015 ANSE, SINO 19, 6 27% LEA IONI — 1 48 5 6 1908 Ta ZO 6 24 12 49 3, CIT UAAZO 1835 8 28 81195 Zaaii) 848 9 36 ARDA 9 6 10 38 SEI O23 dazza DISTA 9 41 — Lia O, 40-10 IZ0EZIa S| 5899 10 24 190054; (e Zo 10: 52 SIA: ida 7) 44 29
4 ‘6 | 8 11 |42 416p O LL 99 dl. 46 5 55 {Cb RS) 2. 20 6 36 uber (0) 5 45 780) 142° 3p.i5 UESO 1257 6 30 SILe0) {50 ARES
Il giorno nel mese cresce di 1h 22%
1 La Luna è in Perigeo 10% ont, Apogeo 11 ant. | 1 pom.
07 29
Id.
Id. Perigeo
Il Sole entra nel segno Pesci il | giorno 19 ad ore 4 m. 35 ant.
DO JIA | Età della Luna
EFFEMERIDI DEL SOLE E DELLA LUNA 109
Marzo 1892.
GIORNO TEMPO MEDIO DI ROMA L [=| tej
1 SOLE i La LUNA n le a z |s passa E assa È = | | nasce al S nasce al tramonta | -& Doug È meridiano Ss meridiano Q hmil/h m Ss hm h m h m h m 61 | 1| 6 59] 12 31 _32,06|6 51 8 -23a.| 2 4ip.| 9 14p.| 3 62 | 2 57 34 19,68 71 8 46 de 33° || AO 34 4 83! 3 55 34n | 6192 Sii Areti se 20. 59 5 64 | 4 sa 30. 53,48 9ll 9 40 5 20 — 6 Gori (5 5A 30 39,68] 411] 10 46 6 16 iv | DO 66 | 6 50 30. 25,45 2|| 10 59 76 13 2 31 8 67 | 7 48 30 10,81 13440852 810 3 22 9 68 | 8 46 2h (SoaTilp d4j12/-b9na] 99 5 4 2% | do 69 | 9 44 29 40,34 LG 1!:5$ YI po 140 41 70 |10 42 29 24,56 Let Sir 10 46 5 4 12 40144 A 291 | Si46 413 404390 | Abe 31 6: 12} | 43 181412 39 28 52,04 20|| 5 48 —_— 6 34 14 19 113 Sofi 28 35,34 2Af- 61725] 431 1a. DO; 5A 15 74 |14 35 28° (48497n 22% 7/,265:| 134 53 6 w 16 1 45 33 255 | 14248) 24ll 80:28 993 To 20] dd 76 |16 34 Cat 43941 ZO SZ ZI 12 TOS 18 TUR E 29 27 26,18 26|| 10 37 a 53 8 4 19 78 |18 27 Zi | Gabi 2 110543 SR 39 80 260, | 20 79 |19 26 26% 150450], 29 ka 21 81 521 21 80 |20 24 26 32,48 30] 12 50a.| 5 9 9 24 22 81 |21 22 Rei 145366 Sh 154 Gg 1040) GE] 23 82 |22 20 2 b0x1o Soi 24 Ge 56010 59 24 83 |23 19 20 37489 34|l 3 46 T453:| 48. 3pei 25 84 |24 16 20 19:58. 35h 41,30 850 di d7%0| 26 85 |25 14 20 | daga Sb Did 9 46 7 3bacih 36 86 |26 12 24 42,92 Sot Db. Sn 10044 Da DI 28 S7 127 11 24 24,59 39h (50590 109 34 5. 2A 29 88 |28 9 2% 6,301 40|| 6 22 | 12 26p.| 6 44 | 30 89 |29 % 23 48,05] 42/l 6 45 fp 13 SI 4 90 |30 5 23. 2986|- 43.4 740 312 9.31 2 9 {34 3 Rag bre td Ve 71039 af Sy 40% 58 3 i FASI DELLA LUNA. Il giorno nel mese cresce di 1h 37"
5 Primo quarto 8% 4® pom. | 15 La Luna è in Apogeo 41 pom 13 Luna piena 1 45 pom. 28 Id. Perigeo 11 pom 24 Ultimo quarto 6 6 pom,
Il Sole entra nel segno Ariete il 28 Luna nuova 28 ‘pom. giorno 20 ad ore 4 m. 12 ant.
110 TOMASO ASCHIÈRI
Aprile 1892.
GIORNO TEMPO MEDIO DI ROMA [SÌ [S| 5 i RI SOLE La LUNA H e © dà T_T Ccnl si e nn = z s passa S . passa S = || nasce al 3 nasce al tramonta | -® cs | meridiano > meridiano D hm h m Ss h m h m h m h m 9211 MEG 129 153572 (6 Mor] (i M90 | 4 6p. 4 931) (2 5450 22 95) lo SHIA MSTTO3 ORO 12 2a 9) SS DI 22 18,03 48|| 9 44 ONE 125 6 95 | 4 56 22 07 30 49 || 410.43 Toda 11 NZ) 7 96 | 5 54 21 42 89 50.|| 11° 49 UO ©) ili 8 97 | 6 2 2d 25098 OZ 12) “b6po 8° 4% 3 48 9 98 | 7 50 21 8,46 SSA 2: AZ] Oo 4 16 10 99 | 8 48 20 51,9 57 DA SIOZA 0 2 4 40 11 100 | 9 46 20. 34,91 Ho io 102953 SIMO, alzo 1041 | 10 45 20 Ms 57 DI NEIS (Mi? 5 MS 13 1021/44! 43 20 299 OI (01821 — DIS5 14 103 | 42 4A 19 46,56 59. 7 24 1281204 MESIMOZ 15 104 | 13 39 19% #31 X061] 470014 8.28 128052 6 40 16 105 | 14 37 19/1559 2 0) 0.3) ez esi 17 106 | 15 36 19 1,08 3 1041 ZA 655 18 107 | 16 534 18. 46,64 4 | 11 46 oo UOMIZzE 19 108 | 17 32 18 32,60 6 -— Doo) 88 20 109 | 18 81 18. 18,96 Valdi, TASTO Ao 21 140 | 19 29 18 7/0) 8 DREZAI [ops 9 49 22 At |20: 27 17° 52.007 [SP gil- altare 40. o Sori 14/2912. 25 17* 540, da 11 SO ATZISRE, (TI 12 12p.| 24 1134 |I(22 24 47 psn 12 dI 194 8 28 100050 25 114 [23 22 A 17. 37 13 JESS) 9 19 DI 26 115 |24 21 17) 6 45 14 LANZ5 10 10 DA CIA 116 |25 19 16 56, 03 16 4 145 sla lr DIS 28 117 |!26 17 16 46 17 pe drbalco DI 29 118 |27 16 16: | 36170 13 592 12850 pi RESRZa 1 119 |.28 14 10r TONO. 19 GI 1 48 9 46 2% 120 |129 15 16% 1940, 20 6 44 ZINIO) Jr 3 4124 |30 1 16% (11455 220] ZS2 e D0) — 4
FASI DELLA LUNA. Il